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“SEI” PASSI NELL’ARTE SACRA

30 Dicembre 2013 | by Michela Italia
“SEI” PASSI NELL’ARTE SACRA
Cultura
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Nelle serate del 20, 21 e 22 dicembre, presso il Palazzo Omodei si è tenuta la mostra intitolata “SEI”. L’evento è stato organizzato dall’associazione Quattro Terzi in collaborazione con Icob. SEI oltre al titolo, rappresenta il numero delle opere in mostra, tre per ogni artista. Varco la soglia del portone e all’ingresso mi accoglie Angelo Alessandrini, sorride, mi sussurra una frase ironica delle sue. Un po’ più distante, intento a raccontare le sue opere, Nuccio Garilli. Mi avvicino, mi presento e gli chiedo di raccontarmi le opere di Angelo. Accetta prontamente la mia insana proposta, ne coglie subito il senso. Con enorme rispetto e pudore mi racconta le icone di Angelo. Icone appunto, di questo si tratta. Olio su legno (90×90). La scelta non è casuale, dovendo raccontare il sacro, l’utilizzo dell’icona riporta al mondo bizantino. La prima è “The supposed sanctity of Giuditta”. L’utilizzo dell’inglese per titolare le opere evidenzia non tanto un gusto esterofilo, ma il desiderio di rendere universale una creazione. Si torna al mito di Giuditta ed Oloferne. Episodio biblico che ha toccato, per la sua forza espressiva intrinseca, l’immaginario di molti artisti. La Giuditta di Alessandrini ha le sembianze di una bambina, Oloferne è solo uno spennacchiato peluche, il fatto deve ancora consumarsi ecco perché la santità non è sparita ma è solo supposta. Dietro le spalle Giuditta nasconde un coltellaccio, futura arma del delitto, squisita autocitazione dell’artista che ricorda quella serie di sculture in cui il coltello era l’unico rilevatore di verità. “Ridotto ad Icona”, John Lennon santificato da generazioni posa come un Cristo cinto da un’aura dorata. E’ lui l’icona bizantina, è lui l’icona che ha fatto con la sua vita moda e tendenza. Lui è nelle magliette, lui, lui, sempre lui. Ma l’icona, ci spiega Windows è qualcosa che si può ridurre e per farlo basta un click. Ecco allora in alto a sinistra, quel dettaglio hi-tech, che riporta lo spettatore dentro un pc. Libero di premere o restare ad osservare. Infine “History repeats itself”. Potremmo inserire una didascalia: Eva e Adamo, oggi. La donna, ancora una volta, offre la mela del peccato ma sarebbe più corretto chiamarla apple. La mela diventa un mac, metonimia di quell’ingordigia insaziabile, frutto di un’era, status simbol di una generazione. L’uomo non può sottrarsi. E se ci fossero ancora dubbi è geniale notare come il coccodrillo della lacoste sia stato inghiottito da un soddisfatto serpente. Angelo, oltre ad essere un pregevole artefice (Ars facere, colui che fa arte), è un fine conoscitore del mondo sacro. Conosce così profondamente la materia da avere la possibilità di plasmarla a suo modo senza stravolgerla. Ecco perché le sue creazioni, seppur folli, appaiono perfettamente contestualizzate ed attuali.

Arriviamo alle opere di Nuccio. Chiedo ad Angelo di raccontarmele. Mi dice subito che le opere di Nuccio non sono affatto semplici e che lui non potrà riuscire a rendere giustizia. Sorrido ed insisto. Apprezzo la loro presenza alla mostra, che mi ricorda molto un vernissage o una performance della Abramovic, ma io voglio farne a meno, non per presunzione ma per averne una lettura più pulita. Le opere di Nuccio sono un trittico, esistono nella loro interezza. Si completano vicendevolmente. Questa visione mi riporta al Retablo spagnolo commissionato da un sacrestano che mai accetterà il risultato. Penso a San Matteo e l’angelo del Merisi, o a La morte della vergine se volete. Christus, Deus, Magdalene. Questi i titoli. Dall’inglese torniamo al latino ma sempre di universalità parliamo, seppur con due idiomi tra loro distanti. Da una prima occhiata frettolosa ti accorgi come l’artista inserisca i soggetti in un mondo a tinte fosche. Le figure, dipinte a mezzo busto, sono inserite in un contesto neutro. Magdalene diventa un uomo e Cristo una donna. Visionaria e convincente interpretazione di come il genere sia poco importante. Cristo non è solo un uomo. Entrambi tengono gli occhi chiusi. Uno prega, l’altro medita? Chissà. A noi questo non deve importare. Non guarda lo spettatore però questo lo capiamo. Al Dio infatti è giustamente affidato il compito di comunicare con gli avventori. Uno sguardo corrucciato (ne ha ben donde di esserlo), evidenziato dalle rughe d’espressione sul volto, forse sono io a vederlo in questo modo. Si staglia su una parete crepata sul cui fondo appaiono due messaggi, ora in inglese. “Here’s your sign” raffigurante una croce. “Truth” cinta da una macchia di sangue. Tante considerazioni si potrebbero fare, Dio è la verità, la croce è il nostro simbolo (con il sogno di Costantino “in hoc signo vinces”). Sul petto tre interruttori: Paradiso, Inferno e Paradiso. Lui il capotreno che decide con un tasto quale sarà la tua direzione. Tiene un teschio di animale in mano, che vorrà dire? E tutti quei simboli che significato hanno? Questo è l’errore che non bisogna mai fare. Un quadro non si spiega, si sente. L’arte di Nuccio è affascinante, graffiante, eloquente, criptica sotto molti aspetti, insolita e inusuale, sicuramente scomoda. A me fa pensare a Frida Kahlo, sarà il sangue? Sarà la crudezza? La sua arte grida, chi non vuole ascoltare si tappi pure le orecchie. Angelo Alessandrini e Nuccio Garilli si sono stretti la mano e lo hanno fatto in questo ensemble armonico, loro così diversi hanno proposto una lezione di religione fuori dagli schemi. Hanno azzardato una scommessa difficile, il pubblico ha dato loro ragione. (Nella foto Angelo vicino ad un quadro di Nuccio e viceversa).

 

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