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Siracusa| Che spettacoli vedremo al Teatro Greco?

22 Ottobre 2016 | by Rosa Tomarchio
Siracusa| Che spettacoli vedremo al Teatro Greco?
Cultura
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A coordinare ieri l’incontro con Binasco e Baliani il grecista Amato. Il commissario Pinelli annuncia la novità dei dodici giorni in più in calendario. Piccione (Amici dell’Inda): “Laison tra il ciclo Inda e l’anniversario della Fondazione di Siracusa”.

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Prove tecniche di regia. Ieri pomeriggio a Palazzo Greco interessante focus con Valerio Binasco e Marco Baliani che si occuperanno per il prossimo ciclo della messa in scena de Le Fenicie e di “Sette a Tebe”, coordinato dal grecista Sebastiano Amato,  ed introdotto all’affollato salone Amorelli dal commissario Pierfrancesco Pinelli e da Pucci Piccione presidente Amici dell’Inda. Intanto la novità, dodici giorni in più rispetto al passato, e non è poco. Una manovra auspicata da tempo anche dagli operatori turistici che con ansia aspettano l’evento Inda per macinare lavoro e mettere a pari i loro guadagni dopo la “magra” della stagione invernale. Ma a che spettacoli si assisterà nel 2017 al Teatro Greco? Saranno storie poetiche, come al solito il “dolore” la farà da padrone. Ma Binasco, per esempio, ha assicurato che questo “mal” sentimento non perdurerà per più di un minuto negli animi degli attori che nel pubblico. “Non voglio personaggi tragici tout court – ha detto il regista genovese – li preferisco quasi ignari di diventare mito. Non dovrà essere per forza un testo sacro, piuttosto qualcosa che faccia entrare in empatia direi romantica con i personaggi”. Le Fenicie presenterà dei picchi molto alti nella coesione della materia drammatica che sicuramente stuzzicherà il regista. Donne in scena anche in “Sette a Tebe”, il coro è composto da madri, figlie, anche bambine. Baliani terrà conto delle indicazioni dell’autore o per esempio dell’esigenze dello spazio scenico? Domanda il prof. Amato. “La scena sarà essenzialmente un luogo di culto – risponde il regista – dove le donne chiedono la salvezza loro e della città. Prevedo luoghi molto semplici che hanno a che fare con la natura, come accade nelle nostre feste religiose tutt’oggi. Farò un lavoro, direi, sulla povertà che dà più valore alla scena, all’azione mai statica.  Ci sarà un gran via vai di donne impaurite che vanno a pregare ai piedi di qualsiasi santo. Donne profondamente religiose, dunque, probabilmente per la paura, quella paura che genera spesso comportamenti incontrollabili. Accade anche oggi. E ci sarà una presenza patologica, psicopatica degli stessi dei perché tali sono gli abitanti che li adorano”. Ne “Le Fenicie” il rapporto tra coro e protagonisti risulterebbe un po’ allentato, contrariamente a quanto accade con Medea o Fedra che è invece “familiare” (fa osservare il prof. Amato al regista). Compito del regista sarà quello dunque di rinsaldare il legame anche grazie al movimento che tenderebbe a far “evadere” , ad estraniarsi dalla realtà tragica quasi per esorcizzare il momento del dolore massimo. Anche nel lavoro di Binasco con Le Fenicie ci sarà un via vai di donne e ragazzette che si incamminano in questa infinita diaspora, un lungo viaggio per consacrare la loro vita ad Apollo. Ma in questo cammino vengono bloccate all’interno di una città in guerra. Ci potrebbe essere un riferimento all’attuale fenomeno dei profughi, non per forza a quello dell’immigrazione. “Il ruolo di questi testimoni “per caso” non è solo verbale – dice il regista – ma fisico, di espressione facciale, lo sguardo triste, gli occhi profondi che emanano tenerezza. Mi trovo in imbarazzo da regista, confesso, non ho la vocazione per una messinscena di tipo operistica; personalmente devo capire prima di cosa sto parlando se non l’ho prima conosciuta quella storia nella vita reale. E così studio, mi documento. La faccio mia. Ho letto di recente i dialoghi di Platone che rivela la sperdutezza dell’uomo nei confronti della vita. Ecco, le mie Fenicie parleranno semplicemente di noi. Del resto, il teatro è anche un gioco, ci divertiremo e non ci lasceremo intimorire dagli antichi sassi”.  (rosa tomarchio)

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