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Siracusa| Beni culturali fagocitati dall’asfalto. Focus di Natura Sicula

14 Gennaio 2019 | by Redazione Webmarte
Siracusa| Beni culturali fagocitati dall’asfalto. Focus di Natura Sicula
Cronaca
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Monumenti, coste, paesaggi e beni naturali fagocitati da costruzioni realizzate nella provincia di Siracusa in assenza di Piano Paesaggistico.

Monumenti, coste, paesaggi e beni naturali letteralmente fagocitati dal cemento e dall’asfalto e, in alcuni casi, persi per sempre. E senza suscitare la reazione di nessuno, con il tacito assenso di tutti, opposizione politica compresa. Adesso lo strumento di tutela c’è e si chiama Piano Paesaggistico della provincia di Siracusa. È stato adottato con D.A. n. 98 del 01/02/2012, approvato con D.A. n. 5040 del 20/10/2017, pubblicato in Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana il 16 marzo 2018. Le linee guida del Piano, se rispettate, fanno evitare gli errori del passato.

I risultati di uno sviluppo urbanistico senza Piano Paesaggistico è sotto gli occhi di tutti. Basta accorgersene. Oppure basta seguire questa rubrica che periodicamente li mette sotto i riflettori, dando molto spazio alle immagini, le uniche capaci di dimostrare i danni arrecati. La rubrica nasce dalla conferenza organizzata da Natura Sicula il 25 ottobre 2017.

Tombe di Pantalica sparite.  Negli anni 70 si ebbe la becera idea di asfaltare la carrareccia eliminando gli ingombri. Sortino/Ferla. Alcune tombe a grotticella artificiale, scavate ai tempi del Bronzo recente nella roccia calcarea di Pantalica, non ci sono più. La necropoli rupestre più vasta d’Europa, stimata dall’archeologo Paolo Orsi in circa 5000 tombe, e inclusa nel 1997 nella Riserva Naturale Orientata “Pantalica/Valle dell’Anapo/torrente Cavagrande”, si è ridotta. Ha subito delle perdite. Per essere il sito archeologico in cui Orsi ritenne indispensabile fare quattro campagne di scavo (1895, 1897, 1900-1901, 1910), e in cui ritornò a scavare l’archeologo Luigi Bernabò Brea, la notizia non è proprio quella che tutti ci aspetteremmo.

“Decine di tombe sono scomparse, ma non per magia. Per scelta! Negli anni 70 qualche miope ingegnere, con la complicità di qualche altrettanto miope amministratore siracusano, – sostiene Fabio Morreale di Natura Sicula – ebbe la becera idea di fare asfaltare la carrareccia che da Ferla e da Sortino portava a Pantalica. L’idea era quella di realizzare una strada larga e transitabile anche dai pullman, per accogliere il turismo di massa e fare business. Una strada moderna, in sostituzione di quella sterrata che per oltre 3000 anni era bastata a tutti i popoli che si erano succeduti: siculi, greci, romani, bizantini, arabi, normanni … Una carrareccia percorsa centinaia di volte a dorso di mulo e in calesse dall’archeologo roveretano Orsi, sufficiente a fargli percepire un luogo meraviglioso e unico che quando vide per la prima volta così descrisse nel suo taccuino: “Impressione grandiosa ed indimenticabile della necropoli di grotte a finestra aperte nei fianchi rocciosi del monte isolato fra l’Anapo ed il suo confluente (Calcinara). Necessaria assolutamente una macchina fotografica per rilievi di vedute d’assieme”.

La nuova strada doveva collegare Ferla a Sortino, superando il canyon del torrente Calcinara, quello in cui si trova la necropoli più antica (XIII sec. a.C.), con un ponte in cemento armato. “Qui l’idiozia umana fu fermata. Erano gli anni in cui a Siracusa era Soprintendente Giuseppe Voza.- continua il suo racconto Fabio Morreale –  Suppongo sia stato egli a bloccare il cantiere. Nessuno degli speculatori prevedeva che il ponte sopra la necropoli, anche se assurdo, non sarebbe mai stato autorizzato. Pertanto asfaltarono i due tratti, quello di Sortino e quello di Ferla, che ad oggi risultano monchi perché privi del ponte di collegamento.

“Per costruire la nuova strada dovettero allargare la carreggiata tagliando i fianchi rocciosi, dove c’erano tombe e abitazioni rupestri. – aggiunge Natura Sicula – Dalla necropoli di Filiporto a quella della Cavetta, le tombe preistoriche e le abitazioni bizantine fagocitate furono decine e decine. Le tracce della distruzione sono visibili a tutti. Senza neanche scendere dall’automobile, percorrendo il moncone di Ferla, si incontrano alcune celle funerarie e alcuni abituri trogloditici sezionati. Sia chiaro che queste non sono le uniche parti distrutte ma solo quelle più vicine ai margini della carreggiata. Le altre, quelle centrali, sono state totalmente distrutte dalle ruspe, senza lasciar traccia”.

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