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Augusta| “La Polizia penitenziaria opera in condizioni gravi” il Sippe chiede aiuto.

Augusta| “La Polizia penitenziaria opera in condizioni gravi” il Sippe chiede aiuto.
Sindacale
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Carenza di organico nel corpo della Polizia penitenziaria, impegni difficili ed estenuanti per il personale. Sebastiano Bongiovanni, dirigente federale nazionale del Sippe chiede aiuto. “Dobbiamo incarnare la Legge, ma far diventare amico il nemico – dice – un lavoro difficile per l’aumento del numero dei detenuti, la carenza di organico, le tensioni e le difficoltà”.

La Polizia penitenziaria nella casa di reclusione di Augusta opera con la mancanza di circa 70 unità lavorative. In una lettera di sfogo e riflessione Sebastiano Bongiovanni, dirigente federale nazionale del Sippe chiede alla direzione del carcere di farsi portavoce del disagio del personale nelle sedi competenti”. L’organizzazione sindacale esordisce nella nota, indirizzata al carcere di Augusta e alle segreterie generale e regionale del Sippe, precisando di non volere esprimere una posizione sindacale, ma: “concetti e sensazioni scritte e non scritte più volte di quello che realmente sente dentro il proprio “io” l’agente di Polizia penitenziaria. “Ce ne fosse ulteriormente bisogno, del carcere e di chi lavora al suo interno purtroppo ancora si sa ben poco. L’idea, l’immagine lontana nei tempi, offensiva e inaccettabile, di un ragazzo che senza qualificazione professionale e con una chiave in mano passeggiava solo e triste in una sezione per aprire e chiudere una porta, è un’immagine che non ci appartiene più; semmai ci è appartenuta: è l’immagine di un passato che abbiamo superato.

Ci chiamano secondini, guardie carcerarie o, quando va bene, agenti di custodia, definizioni che non ci appartengono, non sapendo che siamo poliziotti penitenziari. Siamo invece uomini e donne di un Corpo di Polizia dello Stato, che nonostante gravi carenze di organico, deficienze di strutture e di mezzi, rappresentiamo lo Stato stesso nel difficile contesto delle galere. Siamo le stesse persone che, statisticamente, in ogni istituto penitenziario d’Italia, ogni mese, sventano circa 10 tentativi di suicidi posti in essere da detenuti. Ma nessuno lo dice. Ogni giorno affrontiamo il nostro difficile lavoro nonostante l’aumento del numero dei detenuti, le tensioni e le difficoltà di lavoro all’interno delle carceri, per svariate ragioni, con cui il personale della Polizia penitenziaria deve fare ogni giorno i conti. Nonostante la cronica carenza di organico e le mille difficoltà operative-strutturali, tra i detenuti, con compiti di sorveglianza e trattamento, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, c’è il personale di Polizia penitenziaria.

L’agente di Polizia penitenziaria – sottolinea il Sippe – che deve rappresentare la Legge, la rappresenta da solo, con la sua divisa, con la sua coscienza professionale, con il suo coraggio, con il suo rischio. L’importanza del personale di Polizia penitenziaria si evince ad esempio la sera, quando può verificarsi un tentativo di suicidio (come si è verificato e si verifica, purtroppo, abbastanza frequentemente) o quando il detenuto riceve un mortificante telegramma dalla famiglia che incrina la sua serenità. In tali momenti, insieme a quel detenuto, non vi sono gli educatori o gli assistenti sociali, ma gli agenti di Polizia penitenziaria, pur risultando sotto organico rispetto al sovraffollamento di detenuti. Se il carcere è, in qualche misura, la frontiera ultima, all’interno del sistema carcerario il personale di Polizia penitenziaria costituisce la barriera estrema.

Siamo noi quelli che stanno in prima linea, che stanno nelle sezioni detentive, che stanno in contatto quotidiano con i detenuti: è necessario metterlo in evidenza, perché la rivendicazione del ruolo, del significato, del prestigio e dell’importanza del Corpo di Polizia penitenziaria, di una sua professionalità crescente, di una sua dignità sempre più alta, deve partire dalla considerazione della specificità dei nostri compiti istituzionali. Il personale di Polizia Penitenziaria impersona, dunque, la Legge e la sicurezza della società, ma nello stesso tempo gli si chiede un’altra cosa: di far sì che il nemico diventi un amico. Con una mano lo Stato rinchiude il detenuto e lo allontana dalla collettività, con l’altra lo invita a rientrarvi attraverso il recupero, la rieducazione, il reinserimento nella vita civile. Si tratta quindi di un compito che presenta difficoltà senza pari, un compito arduo e insieme straordinariamente nobile.

Si chiede alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria, a questi rappresentanti dello Stato, di fronteggiare il mafioso, il rapinatore, il pedofilo, ecc., nei cui confronti dobbiamo rappresentare l’inflessibilità, la durezza, l’implacabilità della giustizia. Allo stesso tempo ci viene domandato di capire i drammi umani.  Ogni giorno dobbiamo affrontare nel silenzio più assoluto problemi umani, anche drammatici. Alla direzione di Augusta  dove l’agente opera con una carenza di organico di circa 70 unità  – conclude Nello Bongiovanni – chiediamo semplicemente di ascoltare questa umile riflessione e di trasmetterla nelle sedi opportune per  migliorare le condizioni del personale che si sta aggravando ogni giorno di più”.

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