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Augusta| CASO SIRACUSA – VELENI IN PROCURA, DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA

Augusta| CASO SIRACUSA – VELENI IN PROCURA, DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CONDANNA
Cronaca
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PER LA CORTE DI APPELLO DI MESSINA “…malsana convinzione di una totale impunità…”   e  “….uso dei poteri del proprio ufficio pretestuoso e strumentale…”.

“I fatti…per larga parte incontroversi nella loro materialità, ruotano attorno ai legami di magistrati della Procura della Repubblica di Sr, in particolare il MUSCO, con l’avv. Piero Amara avvocato penalista ed indirettamente col di lui padre Giuseppe Amara, influente uomo politico di Augusta…” . E’ questo l’inizio della sentenza con cui sono stati condannati l’ex Procuratore capo di Siracusa Ugo Rossi e il sostituto Maurizio Musco, attualmente in servizio presso la Procura aretusea.

Per emettere il loro giudizio, i giudici peloritani hanno pienamente condiviso la necessità prospettata in appello dalla Procura di Messina di procedere, (diversamente da quanto fatto dal GIP che  – ricordiamo –  assolse in I° grado tutti gli imputati perché i fatti non sussistono), ad una “lettura incrociata di tutti i dati che sono apparsi legare il MUSCO in primo luogo, ma anche in parte il CAMPISI e il ROSSI, agli interessi della famiglia Amara, inquinando con certezza la gestione di almeno due dei procedimenti penali di cui alle contestazioni sub A)( cd. Calcio Catania) e B) (cd. Oikothen)”.

L’applicazione di tale criterio non ha dunque lasciato spazio alcuno a dubbi e, nel contempo, ha consentito alla Corte di Appello di accertare inequivocabilmente “l’esistenza di un coacervo…” di relazioni tra il gruppo Amara ed i magistrati imputati che  – scrivono i giudici –   “….ad una serena osservazione delle cose ….andavano ben al di là di una generica amicizia….” . Nelle 43 pagine di cui si compone la sentenza, vengono scandagliate approfonditamente le vicende oggetto dell’impugnazione che riguardano – lo ricordiamo – i processi cd. Calcio Catania, Oikothen, Costruzione di un capannone commerciale riconducibile alla famiglia Amara ad Augusta e la coassegnazione dell’inchiesta Sai 8.  Per i Giudici di II° grado, “la vicenda del procedimento instaurato a carico dei giocatori del Catania Falsini e Pantanelli (capo A) dell’imputazione, presenta a partire dall’inizio caratteri di evidente illegalità nell’agire dei pubblici ministeri CAMPISI e MUSCO e la presenza di interessi occulti sottostanti che ne hanno determinato lo sviluppo, volti a danneggiare per tramite dell’azione dei magistrati i due calciatori” non mancando poi di ricordare come  “…non solo MUSCO, ma anche CAMPISI, aveva rapporti tutt’altro che strettamente professionali con l’avv. Amara…” posto che lo stesso (Campisi) ammetteva che il figlio avvocato si era “…trasferito in una struttura dove operava l’avvocato Amara…e di avere avuto egli stesso oltre ad una conoscenza ultradecennale sul piano professionale anche con lo stesso (Amara) incontri di carattere privato in casa di comuni amici …ed in due viaggi all’estero organizzati da terze persone…”, viaggi a cui “…per dire del Campisi aveva partecipato anche Musco”. La Corte non manca nemmeno di sottolineare come la strumentalità dell’iscrizione dei giocatori è dimostrata dal fatto che “la notizia del coinvolgimento dei giocatori …veniva dato in pasto alla stampa – dalla solita prevedibile ignota “manina” è il caso di aggiungere…addirittura prima che fosse “decisa” l’iscrizione nel registro degli indagati” dei due calciatori.  “Cartina di tornasole della malafede che caratterizza tutta la vicenda  –  per la Corte di Appello  – è il fatto che nulla univa il portiere Armando Pantanelli e l’altro giocatore Gianluca Falsini se non la circostanza di un contenzioso avviato dai due proprio nel Luglio 2007 nei confronti del Catania Calcio e per esso implicitamente al suo proprietario il presidente Pulvirenti, “cliente” dello studio Amara.”.

In relazione al capo. B (cd. caso Oikothen – troncone diffamazione), per la Corte addirittura “più agevole appare individuare le anomalie (praticamente tutte alla luce del sole) che caratterizzano la vicenda del procedimento a carico di Amara Giuseppe ed altri …che vedeva il MUSCO prodigarsi indebitamente per rallentarne il corso, danneggiando le persone offese Carrubba e Perrotta avversari politici dell’Amara”. Nel rigettare le dichiarazioni difensive del Musco, (“…che lungi dal giustificarlo, rappresentano – secondo la Corte –  una riprova della sua malafede essendo le spiegazioni fornite insostenibili.”) il Giudice di II° grado conclude sulla vicenda “Oikothen” ritenendo “..provato…che la violazione del dovere di astensione sia stata finalizzata ad un uso dei poteri del proprio ufficio, non obiettivo e per puri scopi di giustizia, ma pretestuoso e “strumentale”….” senza poi tacere che gli altri coimputati nel processo di diffamazione (ndr: gli ex consiglieri comunali Salmeri Rosario e Castro Piero, il giornalista Guastella Giuseppe e Solarino Luigi) “…dell’Amara erano fidati sodali o collaboratori e tra l’altro, a conferma di ciò, erano tutti difesi da avvocati dello studio Amara.”

Passando poi all’analisi della vicenda riportata al Capo C) dell’imputazione  riguardante il dipendente comunale Geom. Giuseppe Riera e relativa alla realizzazione di un capannone commerciale costruito nella zona di “Monte Tauro” ad Augusta di proprietà della suocera dell’Avv. Amara ma riconducibile al di lui padre Pippo, la Corte di Appello, pur concludendo per il rigetto dell’impugnazione, come sollecitato dallo stesso  Procuratore Generale in udienza, non manca di evidenziare come emergano “… ancora una volta censurabili condotte del Musco…” definito “guardiano attento degli interessi degli Amara….”.

In riferimento al capo G (caso cd. Sai 8) la Corte di Appello è netta: “il provvedimento (ndr: di coassegnazione dell’inchiesta ad altro sostituto) è certamente lesivo della dignità professionale del Bisogni per la semplice ragione che (anche a prescindere dalla palese violazione del dovere di astensione) scaturisce pressoché automaticamente dai desiderata del privato (Amara) e tace sul fondamento degli esposti….In realtà l’unica colpa del dott. Bisogni era stata quella di pestare i piedi all’avv. Amara ed in fondo allo stesso ROSSI per la vicenda Sai 8 – Torrisi. Gli esposti di Amara forniscono al Procuratore quindi, già scottato per il coinvolgimento del Torrisi (ndr: figlio della moglie), il pretesto per intervenire e dare all’Amara, in affari col figlio fino a poco tempo prima dell’accaduto (ndr: nella società GIDA Srl), immediata soddisfazione.” La Corte poi non manca di sottolineare la “docilità” dell’ex Procuratore capo Rossi che “… si arrischiava in modo dissennato a compromettere ..la propria posizione di magistrato dirigente di un ufficio giudiziario ed il fatto è veramente singolare a dimostrazione della capacità di condizionamento dell’Amara, non solo sul Musco, ma anche sul Rossi.”.

Pur avendo ritenuto di sentire il 15.9.2015 l’ex consigliere comunale di Augusta Fabrizio Blandino, condannato per reati di mafia ed oggi divenuto collaboratore di giustizia, la Corte chiarisce però di ritenere il suo esame “…pur fornendo alcuni spunti di interesse sul contesto complessivo dei fatti, privo di rilevanza decisiva, rispetto al quadro probatorio alla cui base restano una serie di circostanze oggettive….” .

In conclusione, per la Corte di Appello di Messina “…in ordine al trattamento sanzionatorio ..non può prescindere dal contesto diffuso e talora scoperto degli illeciti commessi dagli imputati, nella malsana convinzione di una totale impunità, che connota in particolar modo la posizione di MUSCO, ma caratterizza in termini comunque gravi anche le posizioni del CAMPISI (che beneficia comunque della prescrizione) e del ROSSI specie per la funzione di controllo che essi avrebbero dovuto assicurare sull’operato del sostituto MUSCO” . Il danno da essi cagionato all’immagine della gestione equilibrata ed imparziale della funzione del Pubblico Ministero ….è parimenti serio ed evidente”.

La Corte di Appello ha quindi dichiarato estinto per intervenuta prescrizione il reato relativo al capo A (Calcio Catania) mentre ha riconosciuto Musco e Rossi responsabili dei reati rispettivamente ascritti ai capi B (Oikothen – diffamazione) e capo G (Sai 8) ed ha condannato Musco alla pena di anni uno e mesi 6 di reclusione e Rossi alla pena di anni uno di reclusione, oltre alle spese.

La Corte inoltre ha condannato, in relazione al caso Oikothen  – diffamazione, Maurizio Musco al risarcimento del danno da liquidarsi in sede civile cagionato all’ex Sindaco di Augusta Massimo Carrubba e all’ex Vice  Nunzio Perrotta, parti offese costituite in giudizio.

 

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