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Augusta| Don Prisutto: le dimissioni? Ecco perché non potevo darle

Augusta| Don Prisutto: le dimissioni? Ecco perché non potevo darle
Cronaca
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Chi ha rotto il silenzio sulla lettera riservata? Prisutto è un prete disobbediente? L’intervista scomoda al parroco della Chiesa Madre di Augusta.

La Pasqua delle tradizioni ha appena marciato in processione per le strade di Augusta. E, come da previsione, in tanti l’hanno gradita. Soffiava, però, a tratti, l’impressione che ci fosse qualche volto arcigno tra i protagonisti dalle lunghe vesti. Ma discernere tra un volto rabbuiato per la morte di Cristo e uno per motivi meno spirituali non è sempre facile.

Quest’anno si è corso il rischio di macchiare la settimana santa a causa delle dimissioni dell’arciprete di Augusta, Don Palmiro Prisutto, richieste dall’arcivescovo di Siracusa, Monsignor Salvatore Pappalardo. Come già detto nel precedente editoriale, una bega paesana salita al rango di un caso nazionale.

Riprendiamo dopo il silenzio suggerito dalla solennità pasquale. La vicenda delle dimissioni di Don Prisutto è stata messa a tacere e pochi fedeli ne parlano volentieri. Perché pare che la questione non sia stata risolta una volta per tutte, ma, solo, in qualche modo, accomodata. Tuttavia non è male scriverne ancora, porsi domande e riflettere. Con una retrospettiva critica e matura si possono fare interessanti considerazioni ed evitare, in futuro, di arrecare ulteriore danno alla Chiesa sposando cause di piazza a occhi e orecchi chiusi. E a parlarne è proprio il protagonista principale della storia: Padre Prisutto.

La pace ritrovata tra lei e l’Arcivescovo ha il gusto del rimedio in extremis. Infatti all’epoca dei fatti incombeva la Pasqua, il caso aveva imboccato una strada chiassosa e si rischiava che lo scandalo assumesse proporzioni intollerabili per la Chiesa. Crede che si sia trovato un modo emergenziale per abbassare i toni anche a costo di qualche mal di pancia?

Definisco la vicenda una tempesta in un bicchier d’acqua. Nata da malintesi e chiacchiere sul mio conto senza alcun fondamento di verità. Il sottoscritto ha due anime, da un lato c’è il prete, dall’altro l’ambientalista. Facendo passare il trasferimento del prete come la punizione per l’ambientalista si è creato il caso. E su questo la stampa ci ha marciato.

L’arcivescovo le aveva inviato una lettera riservata nella quale le chiedeva di dimettersi da parroco della Chiesa Madre e di spostarsi in altra rettoria, ma sempre ad Augusta. Chi ha rotto il silenzio? Chi l’ha resa pubblica?

Il silenzio è stato rotto prima che mi arrivasse la lettera. Girava voce che prima di Pasqua ci sarebbe stato il nuovo arciprete. Quindi la consegna del silenzio non è stata osservata. La lettera è l’atto finale di una serie di incontri tra me e l’arcivescovo. Io avevo cercato un rimedio, un confronto, un dialogo con le confraternite interessate, ma ho trovato un muro da parte dei loro esponenti. Se uno rifiuta il confronto vuol dire che ha qualcosa da nascondere.

Ho trovato la comunità divisa già dall’inizio della mia attività in questa parrocchia. La situazione poi è esplosa, ma, ripeto, già esisteva. Sono addoloratissimo per ciò che è accaduto all’arcivescovo. Dai social network qualcuno ha usato toni esasperati. Schierarsi “per” non significa schierarsi “contro”.

Riconosce che avendo disatteso alle richieste dell’arcivescovo si è posto nella condizione di disobbedienza nei confronti della Chiesa o, per lo meno, del suo superiore?

L’ubbidienza è una cosa, la sottomissione è un’altra. In un caso uno fa una proposta, la controparte valuta e decide. Nell’altro, invece, il superiore impone una sua volontà, allora interviene la sottomissione.

La lettera, dunque, le lasciava spazi di autonomia decisionale?

Certo. Dalla parte delle confraternite, come ho detto, c’era un muro, non c’era confronto né dialogo. Quindi non potevo accettare le dimissioni serenamente.

Come detto il casus belli è stato una crisi tra lei e alcune confraternite cittadine. Una questione, diciamo, parrocchiale. Invece a causa della fuga di notizie riguardante la richiesta di sue dimissioni la piazza è insorta. Perché i fedeli hanno letto, nella richiesta dell’arcivescovo, un attacco al suo importante impegno ambientalista. Lei stesso ha dichiarato che in tutto ciò “c’è stata strumentalizzazione”. Le chiedo: ha mai tentato di dissuadere la piazza dall’intraprendere proteste clamorose? Ha mai contattato l’amministratore del gruppo Facebook “Io sto con Don Palmiro Prisutto” per informarlo dell’equivoco?

Queste manifestazioni sono nate spontaneamente fuori dalla chiesa dove ciascuno è libero. Non potevo impedirle; ho cercato, però, di frenare gli animi più accesi. Perché passare dalla ragione al torto, a causa di qualche esagitato, non sarebbe stato difficile.

C’è da pensare che lei sia stato sedotto dall’opportunità di fare finalmente luce sulla situazione dell’inquinamento ad Augusta e sui morti per tumore. Ha dovuto scegliere tra far esplodere il caso nazionale o salvaguardare il decoro della Chiesa. E si è trovato a fare l’equilibrista.

Non ho cercato la piazza per difendermi. Anche per le lotte ambientaliste del passato ho parlato, mi sono esposto, ma sono stati gli altri ad appoggiarmi e ad agevolare la causa. Non ho telefonato a testate né contattato giornalisti. Sono stato sempre cercato da loro. Ciò significa che la mia opera sta facendo il suo effetto. I riflettori non li voglio accendere su di me, ma sul problema Augusta che continua a essere ignorato dalle istituzioni. Un silenzio assordante.

L’arcivescovo, a pace fatta, le ha dato prescrizioni per quanto riguarda il suo atteggiamento in futuro?

Nessuna prescrizione. Abbiamo fatto una messa in cui l’arcivescovo ha esortato la comunità a una vita di comunione. Certe cose si potevano chiarire all’interno della comunità.

Ha smesso di celebrare la messa in memoria dei morti per tumore. È frutto di una negoziazione con l’arcivescovo che le ha permesso di restare in Chiesa Madre?

No, in realtà non sapevo se sarei rimasto o se sarei stato trasferito. In ogni caso due anni di messe sono stati sufficienti per smuovere le coscienze e per fare breccia sul muro di omertà che si opponeva a che la battaglia ambientalista prendesse corpo. Ma ora questa battaglia deve uscire dalla Chiesa, si deve laicizzare. È la città che se ne deve prendere carico. Daremo il via ad altre iniziative finché non ci saranno le attese risposte da parte delle istituzioni. La vicenda mi ha addolorato. Avrei preferito che il caso Augusta salisse alla ribalta senza trascinarsi inutilmente vicende interne alla Chiesa.

In che rapporti è con le confraternite?

Siamo tornati a parlarci, a sorriderci, a celebrare messa nelle loro chiese. C’è un clima non di tregua armata, ma di maggiore distensione che fa ben sperare per il futuro.

Alessandro Mascia

 

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