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Augusta| Partecipata assemblea pubblica a palazzo San Biagio

Augusta| Partecipata assemblea pubblica a palazzo San Biagio
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Sindacalisti e politici uniti per assicurare un futuro all’arsenale della marina militare di Augusta.

Il Sindacato unitario Confederale della provincia di Siracusa in assemblea a San Biagio per discutere sulle problematiche occupazionali della Base Militare megarese e, nello specifico, del sito dell’Arsenale Militare Marittimo.

La vicenda, come più volte denunciato dal sindacato unitario, rischia di causare ulteriori contraccolpi negativi all’economia non soltanto locale, ma dell’intera provincia.

“Per questo – hanno dichiarato i tre segretari generali Franco Nardi, Daniele Passanisi e Gesualda Altamore – abbiamo chiamiato il territorio alla condivisione di questa vicenda, perché l’intera Deputazione, Nazionale e Regionale, insieme alle Associazioni datoriali, le Parti Sociali e le Istituzioni, come mostrato in occasione di altre recenti e attuali vertenze, sia coinvolta a difesa di un sito che per la comunità augustana è sempre stato fonte di ricchezza e di occupazione.”

All’assemblea erano presenti i tre segretari generali territoriali di Cgil, Cisl e Uil, Paolo Zappulla, Paolo Sanzaro e Stefano Munafò, l’assessore regionale Bruno Marziano, parlamentari nazionali e regionali.

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Al termine dell’assemblea è stato stilato un documento unitario.

“La riforma del Ministero della Difesa per la sua particolarità è alquanto articolata. Sono stati approvati dei provvedimenti legislativi che hanno modificato sostanzialmente la struttura e l’organizzazione del Ministero richiamandosi alle mutate condizioni internazionali ed all’impegno dell’Italia nello scacchiere Europeo ed Internazionale. Con il decreto di struttura del 1998 il ministero della difesa intendeva riorganizzare l’intero ministero e in particolar modo gli stabilimenti e arsenali militari che risultavano essere enti di preminente interesse dell’Amministrazione Difesa.  Il modello che si intendeva avere dopo la ristrutturazione dell’area tecnica industriale  mirava ad una gestione dell’ente ristrutturato con criteri di economicità ed efficienza, attraverso un recupero della produttività, riducendo il ricorso all’esternalizzazione dei lavori e dei servizi a favore dell’industria privata. Le strutture riorganizzate, soprattutto quelle dell’area industriale, davano origine ad una modifica dell’organizzazione del lavoro, adeguandola alle innovazioni tecnologiche, valorizzando i lavoratori ed il contenuto professionale anche attraverso i processi di riqualificazione e aggiornamento professionale del personale civile. Infatti il processo riformatore aveva come punto centrale proprio quello della trasformazione del modello organizzativo industriale, tentando di sganciarlo in maniera netta dalle normali dinamiche istituzionali tipiche del Ministero della Difesa. Importantissimo, ad esempio, era il tentativo di modificare la capacità di utilizzo delle risorse, fino ad allora ingessata nelle regole di bilancio tipiche della pubblica amministrazione e quello di “proteggere” l’investimento sugli arsenali con l’adozione di specifici decreti ministeriali che ne blindavano organici e funzioni.Tutto, ovviamente doveva essere  accompagnato da un piano di investimenti straordinari che avesse l’ambizione di ricollocare adeguatamente quegli insediamenti nel “mercato industriale” e da una serie di interventi legislativi mirati anche ad uno snellimento delle procedure. Quello, però, al quale abbiamo assistito nel corso degli anni non ha seguito lo spirito e la filosofia di quel processo riformatore. La riduzione degli interventi e il metodico contenimento delle risorse finanziarie e delle potenzialità di ogni singolo settore lavorativo sono state in simbiosi con una politica, che anziché valorizzare le capacità professionali dei tantissimi lavoratori civili le hanno degradate e svuotate di dignità. L’azzeramento del processo riformatore, l’insistente ricorso ai processi di privatizzazione e la continua marginalizzazione della componente civile di questi enti hanno avuto come risultato una devastazione sul tema del lavoro. Sono state ristabilite le precedenti condizioni di difficoltà nell’utilizzo delle risorse; sono state drenate, fino a renderle assolutamente impercettibili, le risorse e gli investimenti di cui quest’area aveva necessità. E’ inconcepibile pensare che lo strumento militare, con il suo naviglio, si è evoluto rispetto alle conoscenze professionali del personale tecnico senza trasferire a quest’ultimo l’acquisizione di Know how.  Ad aggravare tale situazione occorre considerare come, nel tempo, non vi sia stato un turn-over generazionale, perdendo, quindi buona parte del bagaglio di esperienza del personale collocato in congedo che definiscono chiaramente il grado di disattenzione dimostrato verso il Ministero della Difesa. Si ha l’impressione, e non solo impressione, di navigare a vista, senza nessuna progettualità o programmazione e comunque senza un minimo strumento che dia sicurezza, serenità e dignità ai lavoratori civili della difesa. Ci troviamo di fronte un Ministero che, ha sostanzialmente interpretato e continuato la sua attività come opera di destrutturazione meditata,  con interventi  finanziari e politici che,  hanno azzerato i processi evolutivi e condotto il Ministero della Difesa in una profonda crisi strutturale ed economica. In sintesi queste cause hanno determinato la condizione in cui versa oggi l’Arsenale di Augusta e cioè tale da poter essere definito antieconomico ed inefficiente e che sono state negli ultimi anni la base di discussione politica di governo per giungere a forme di privatizzazione attraverso alcuni gruppi di studi, prima il CRAMM e poi il CAID.   Da circa cinque anni è partito anche ad Augusta il piano “BRIN” che prevede la ristrutturazione e l’adeguamento delle strutture adibite alle lavorazioni. Sono state consegnate la maggior parte delle officine costate fior di milioni di Euro (circa 50 milioni), mentre altre sono ancora in lavorazione e si attendono altri 20 milioni di euro per il completamento del piano BRIN. Oggi assistiamo, a fronte di milioni di Euro spesi per la ristrutturazione, l’ammodernamento e  l’adeguamento alle norme di sicurezza delle officine, che il personale impiegato risulta essere anche di una sola unità professionale, per altro, prossima al pensionamento. Se questa è la politica che si vuole attuare per far fronte ai lavori sulle Unità Navali di stanza ad Augusta, è bene che qualcuno ci spieghi con estrema serietà: Qual è il fine dei svariati  milioni di euro investiti per ristrutturare e ammodernare le strutture e le officine dell’Arsenale? perché si investono tanti soldi se non viene attuata una politica parallela di assunzione e riqualificazione del personale ? Da più di un decennio la RSU di Marinarsen Augusta e le OO.SS. , lanciavano la “Vertenza Arsenale” in cui definivano prioritaria ed urgente una politica delle risorse umane, Turn–Over  e aggiornamento professionale sulle nuove tecnologie , soprattutto in quelle lavorazioni dove l’invecchiamento anagrafico del personale rende sempre più difficile la capacità di far fronte alle esigenze delle stesse, rivendicavano inoltre la ristrutturazione, l’ammodernamento, e l’adeguamento alle norme vigenti di tutte le strutture.   Tutto ciò non era frutto di pura fantasia o mero allarmismo, ma conseguenza di una razionale analisi della situazione lavorativa, proiettata alla sopravvivenza futura dello stabilimento.  Nel tempo, col susseguirsi di Governi di ogni colore politico, la RSU e le OOSS con sempre maggiore forza hanno insistito su questo punto che drammaticamente e inesorabilmente si aggravava. Di contro sono pervenute non azioni concrete ma inutili e stucchevoli rassicurazioni, continuando parallelamente una politica di esternalizzazione delle lavorazioni con società di nome Nazionale trascurando l’occupazione della manodopera del territorio che versa da tempo in una gravissima agonia. E’ ovvio ed imprescindibile che tali scelte politiche, di abbandono del personale civile della difesa e l’acquisizione delle nuove unità navali che prevedono la manutenzione dalla casa costruttrice per un determinato numero di anni, hanno una ricaduta sia sui lavoratori civili del ministero della difesa sia sull’industria privata locale e non sarà per niente difficile per chiunque affermare che questi enti  vanno ulteriormente ridimensionati con una conseguente riduzione di personale e quindi perdita di posti di lavoro nel territorio. A stravolgere definitivamente le condizioni per le quali lo stabilimento potesse mantenere la capacità di operare secondo criteri di economica gestione è la sopraggiunta riforma Di Paola e dai provvedimenti decretati dalla Legge di riorganizzazione delle Forze Armate L. 244/2012 che creando il nuovo Ente, Maristanav di fatto toglie all’Arsenale di Augusta circa 50 unità lavorative di manodopera diretta portando l’organico a 334 unità in spregio delle condizioni essenziali per il raggiungimento degli obiettivi previsti dalla misurazione della contabilità industriale, abbassando di fatto il rapporto tra manodopera diretta e manodopera indiretta.

Tale ente, che prevede in organico numeroso personale militare e poche decine di unità civili, è stato assegnato il compito di fronteggiare le emergenze del naviglio di stanza ad Augusta, compito istituzionale in precedenza svolto dall’Arsenale, e gode di finanziamenti fiume e di procedure burocratiche più snelle e veloci (economie) per quel che riguarda l’acquisto di beni e servizi, annullando ogni confronto  competitivo con l’Arsenale. Delle stesse condizioni di snellimento burocratico gode anche l’arsenale di Messina essendo configurato nell’Agenzia Industria Difesa e nel quale molte delle lavorazioni vengono svolte su navi di stanza ad Augusta.

Il costituendo Maristanav, con il personale in forza, non ha né la capacità numerica nè le professionalità né le attrezzature per fronteggiare le emergenze sull’intero naviglio e quindi costretta anch’essa all’esternalizzazione dei servizi e delle lavorazioni con ulteriore dispendio di denaro pubblico. Si denuncia quindi sia lo stato di svuotamento delle piante organiche riguardanti le maestranze di profilo tecnico, che si occupa della normale manutenzione del naviglio di stanza ad Augusta, sia le possibili gravi ripercussioni occupazionali sul territorio, e si chiedono subito procedure , anche in deroga al blocco del Turn-Over per l’assunzione del personale  indispensabile a garantire la normale operatività degli Arsenali e la tanto sbandierata  internalizzazione dei lavori che giustifichino i svariati milioni di Euro investiti per l’ammodernamento e l’adeguamento delle strutture e che comporterebbe  un sicuro risparmio delle lavorazioni.

“In estrema sintesi – dicono i rappresentanti di Cgil – Cisl e Uil – dovremmo aprire una nuova fase in cui saper ribaltare i termini dove l’obiettivo dovrà essere non più esternalizzazioni ma internalizzazioni, altrettanto chiaro dovrà essere il rilancio di un’attività riformatrice che sviluppi le potenzialità dei lavoratori civili e non li avvilisca e marginalizzi in ruoli e funzioni privi di responsabilità.  Registriamo che per il 2016 la programmazione dei lavori sulle unità navali assegnata all’arsenale di Augusta sarà molto vicina allo zero, prova ne è che sia le unità navali, per i lavori previsti da scadenze di legge, che il nuovo bacino di carenaggio (strumento indispensabile per un cantiere navale) sono stati trasferiti altrove. In considerazione della vastità delle problematiche, del pericolosissimo processo di esternalizzazione con l’industria di nome nazionale di importantissime attività lavorative, l’appetibilità di spingere il processo riformatore in una direzione dove solo le grandi industrie avrebbero i soli interessi, va ribadita la necessità di un’azione concreta e forte a tutti i livelli, territoriali, regionali e nazionali, con l’obiettivo di valorizzare l’interazione con il tessuto produttivo locale, nel tentativo di ricercare  possibili soluzioni, anche in considerazione del fatto che la forza armata con i suoi stabilimenti e basi logistiche occupa aree pregiate e di notevole interesse nel territorio augustano che domani non potrebbero più far ottenere quel ritorno occupazionale sperato”.

 

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