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Lentini | «Risaie di Sicilia: il ritorno cent’anni dopo», sabato convegno di Slow Food

14 Novembre 2019 | by Silvio Breci
Lentini | «Risaie di Sicilia: il ritorno cent’anni dopo», sabato convegno di Slow Food
Attualità
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Appuntamento a Palazzo Beneventano. Previsti interventi di docenti universitari, ricercatori e imprenditori del settore. Per secoli fu in Sicilia una coltura molto diffusa, prima di scomparire con la bonifica delle zone paludose durante il fascismo.

Il riso torna nei “campi leontini”. A più di un secolo dalla sua scomparsa, il riso è tornato a germogliare nelle campagne siciliane. Introdotta dagli Arabi, fu per secoli una coltura molto diffusa. Da alcuni anni è tornato a crescere anche nei “campi leontini”, la celebre “terra arabile” descritta da Polibio. Al ritorno della coltivazione del riso in Sicilia, Slow Food Lentini dedicherà sabato, a Palazzo Beneventano, a partire dalle 10, un convegno regionale dal titolo «Risaie di Sicilia: il ritorno cent’anni dopo», promosso con il supporto di Slow Food Sicilia e la collaborazione della locale sezione di Italia Nostra.

La coltivazione scomparsa con le bonifiche. Fra il 1600 e il 1800 la produzione di riso era fra le più importanti e diffuse della Sicilia. Nella piana alluvionale del Simeto, soprattutto nell’agro di Lentini, assicurava cospicue entrate alla nobiltà terriera che risiedeva nei sontuosi palazzi della vicina Catania. La sua coltivazione diminuì già dall’indomani dell’Unità d’Italia fino agli inizi del 1900, per scomparire definitivamente con la bonifica delle zone paludose conclusa durante il periodo fascista. Da allora i siciliani non hanno più memoria del loro riso. Ma il riso in versione bio, cent’anni dopo, è tornato a verdeggiare nelle pianure siciliane. Una nuova realtà ancora conosciuta da pochissimi.

Gli interventi in programma. Previsti gli interventi di Maria Concetta Calabrese, docente al Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, che parlerà della produzione e della commercializzazione del cereale a cavallo fra ‘600 e ‘700; di Paolo Guarnaccia, ricercatore del Dipartimento di agricoltura, alimentazione e ambiente dell’Università di Catania, che metterà in luce la sostenibilità ambientale delle nuove coltivazioni, realizzate in regime di agricoltura biologica; di Massimo Biloni, ricercatore dell’Ires (Italian Rice Experiment Station) e Acquaverderiso, che illustrerà le caratteristiche di grande qualità ottenute dal riso siciliano a quattro anni dall’inizio delle prime sperimentazioni condotte assieme all’Università di Catania; di Sebastiano Conti, titolare di Agribioconti, che racconterà la sua esperienza di agricoltore, fra i primi ad avere creduto nella nuova sfida impiantando quest’anno 150 ettari di risaia.

Le degustazioni dell’istituto “Alfio Moncada”. Ai lavori prenderanno parte anche il sindaco Saverio Bosco, il presidente regionale di Slow Food Rosario Gugliotta, il presidente di Italia Nostra Lentini Giorgio Franco e il fiduciario di Slow Food Lentini Antonio Russo. Al termine del convegno sarà possibile apprezzare la bontà del riso siciliano con la degustazione di alcune preparazioni realizzate dal personale dell’istituto “Alfio Moncada” di Lentini, partner dell’iniziativa. Nel pomeriggio, alle 16, Massimo Biloni e Valentina Masotti (consulente comunicazione food e sommelier del riso) terranno una lezione sulla storia e sulle diverse tipologie del riso, che si concluderà con la presentazione dei metodi e delle tecniche di analisi sensoriale messi a punto da Acquaverderiso.

Il riso nei secoli scorsi. Secondo il catasto del 1855 la superficie comunale destinata alla coltivazione del grano era di ben 22 mila ettari. Una estensione enorme, che proprio in quegli anni cominciava però gradualmente a fare spazio agli agrumeti, che occupavano appena 44 ettari ma erano già capaci di fornire un reddito ben più alto di quello del grano. Tolti i 56 ettari appannaggio dei boschi, il resto della superficie comunale era tutta coltivata. Gli alberi di olivo, carrubo e mandorlo occupavano complessivamente un’area di 538 ettari. I vigneti si estendevano per 650 ettari e gli orti per 120. Infine i campi destinati alla coltivazione del riso, che occupavano – sempre secondo il catasto del 1855 – un’area di 247 ettari. Dopo pochi decenni, complice la progressiva espansione degli agrumeti, il riso – insieme a molte altre colture, come quella, ad esempio, della canna da zucchero – sarebbe gradualmente e definitivamente scomparso dalle prosperose campagne umide di Lentini e non solo. Cavour ne disincentivò la coltivazione – che doveva forse restare esclusiva “prerogativa del suo Piemonte” – puntando sul grano. Qualche decennio dopo Mussolini dispose la bonifica integrale delle zone paludose e sulle ultime risaie isolane, che in quelle aree trovavano condizioni ottimali, calò il sipario.

© Riproduzione riservata

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