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Roma| Appello per l’accoglienza nei porti: padre Mazzotta il primo dei firmatari.

Roma| Appello per l’accoglienza nei porti: padre Mazzotta il primo dei firmatari.
Attualità
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Appello degli operatori di apostolato del mare per l’accoglienza nei porti delle navi che effettuano operazioni di Sar. Volontari e responsabili dell’apostolato del mare in diversi paesi dell’Europa, riuniti a Roma, rivolgono un appello alle autorità competenti italiane e dei vari paesi europei. Tra essi padre Giuseppe Mazzotta, cappellano della Stella Maris di Augusta, nonché parroco della chiesa di San Giuseppe Innografo e uno dei fondatori del Comitato 18 Aprile.

“In merito alla vicenda dei 42 migranti salvati dalla nave Sea Watch 3, che hanno vagato per quasi 2 settimane nel mar Mediterraneo alla ricerca di un porto sicuro disponibile a farli sbarcare, vogliamo appellarci alle convenzioni internazionali sulla salvaguardia della vita umana in mare e ribadire, inoltre che, non assicurare un approdo immediato ai naufraghi è si per sé una violazione dei diritti umani fondamentali”. Esordiscono così in un appello alle autorità competenti italiane e dei vari paesi europei gli operatori di apostolato  in diversi paesi dell’Europa riuniti a Roma, tra i quali il parroco augustano e cappellano della Stella Maris don Giuseppe Mazzotta da sempre in prima linea per l’accoglienza dei migranti. Padre Mazzotta è il primo dei 28 firmatari della lettera d’appello. Gli altri provengono da Siracusa, la Spezia, Genova, Bari, Gioia Tauro, Ravenna, Torre del Greco, Salerno, dalla Francia, dalla Spagna, dal Belgio, dalla Scozia e dall’Irlanda.

Volontari e parroci, ritengono inoltre “assurdo criminalizzare i marittimi che non fanno altro che compiere il loro dovere soccorrendo i naufraghi. La legge del mare, infatti, impone, il salvataggio delle persone in mare e obbliga i porti più vicini, se sicuri, ad accogliere le persone salvate. Noi pensiamo che il problema dell’accoglienza dei migranti che scappano dalla morte per violenza o per fame, riguardi l’intera Europa, che deve assumersi le proprie responsabilità e non chiudersi in egoismi nazionali. Ma prima di ogni altra cosa occorre permettere sempre lo sbarco di chi viene salvato e scampa alla morte e non criminalizzare color che si adoperano per salvarlo.

I porti non possono essere chiusi agli uomini, alle donne e ai bambini che hanno rischiato la vita e sono sopravvissuti, condannandoli a ulteriori inaudite sofferenze, come quella di essere prigionieri del mare. Il mare – concludono – deve essere via di comunicazione, di collaborazione e di prosperità tra i popoli e non via di morte o cimitero per color che, dopo lunghe sofferenze e atroci violenze, tentano la via della vita e della libertà”.

 

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