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Siracusa| Aldo Moro 40 anni dopo. La sua morte in “un atomo di verità”

2 Dicembre 2018 | by Redazione Webmarte
Siracusa| Aldo Moro 40 anni dopo. La sua morte in “un atomo di verità”
Cultura
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Ritrovarsi sul posto della strage, ma da bambino, impotente ed ignaro. Inizia con una sorta di senso di colpa “universale” la lectio magistralis di Marco Damilano ieri sera al Teatro Comunale. Damilano oggi è direttore dell’Espresso, giornalista e saggista sulle orme del padre Andrea grazie al quale, da bambino, conoscerà per la prima volta quell’uomo “vestito sempre di nero”, raccolto in preghiera, solitario, inginocchiato ad un banco all’interno di una piccola chiesa di Roma.

Marco Damilano non potrà mai dimenticare quel terribile “suono” che interruppe la musica alla radio: quattro parole, solo quattro: “hanno-rapito-Aldo-Moro”. Era il 16 marzo del 1978. E poi, un secondo suono: lo squillo del telefono nero, pesante, a scuola: i genitori avvisavano che sarebbero venuti a prendere i propri figli per portarli subito a casa. Proprio come accade subito dopo un terremoto, un naufragio o durante un attacco nemico in guerra. Andò più o  meno così, a Roma, quando le Brigate Rosse sequestrarono il Presidente.

L’Italia, sconvolta, era in “guerra”. Damilano avrà avuto 9 anni, e quel giorno si trovava a bordo del pulmino della scuola fermo all’angalo con via Fani. “Quella mattina si notò anche l’assenza del solito furgoncino del fioraio dalle mani grandi come palanche, innamorato della signora che guidava il pulmino della scuola a cui il fioraio regalava ogni mattina una rosa. Si seppe che, la sera prima, qualcuno avesse bucato tutte e quattro le ruote al fioraio”. Coincidenza? Ma quel pulmino con i bambini a bordo, invece, quella mattina era lì, a separarlo dal furgone del commando con armi a bordo, solo una semplice siepe”. “Hanno-rapito-Aldo-Moro”, quattro parole quattro risuonarono più volte quel giorno in tutta Italia.

E la storia va avanti e poi indietro di 40 anni. Ma resta un interrogativo: cosa sarebbe stata l’Italia con lui? Moro lungimirante, attualissimo. “La nostra flessibilità ha salvato il potere della democrazia cristiana – dice in uno dei suoi tanti discorsi – Se mi chiedete cosa accadrà domani, vi risponderò che accadrà qualcosa di nuovo. Ma non possiamo saltare questo periodo che dobbiamo vivere con coraggio, vivere il tempo che ci è stato dato con tutte le sue difficoltà”. E’ il periodo di Moro e del funambolo francese che attraversò da una parte all’altra le due Torri Gemelle, simbolo del potere economico nel mondo. Come lui, Moro non può più tornare indietro.

Dottor Divago, era uno dei tanti nomignoli che attribuirono al segretario della DC perchè – dicevano – era “lungo, tortuoso, lento”. Quando lui, invece, era un politico immerso nel tempo da vivere con tutte le sue difficoltà. “Altro che lento! Moro voleva anticipare il muro di Berlino. – dice Damilano – Era un laborioso, da uomo del Sud qual era; la sua origine pugliese gli aveva stampato sul volto “secoli di scirocco”- dicevano – e lui si arrabbiava per essere definito lento”, lui che, a soli 30 anni, fece parte della Costituente del ’46.

I terribili giorni di prigionia. Il manuale dattiloscritto di Aldo Moro venne rinvenuto in quello che fu il covo delle BR. Quell’appartamento, per dodici anni in stato di abbandono, venne acquistato e ristrutturato da un signore che alla prima picconata al muro, ritrovò le memorie di Moro, parziali, non integrali, in cui il politico risponde ai suoi rapinatori, si rivolge alla famiglia, alla politica, al mondo intero che stava col fiato sospeso.

Moro divenne un “affaire”. Determinante quell’incontro con Henry Kissinger negli USA, uno dei suoi primi voli (lui non aveva mai preso l’aereo prima di allora, il viaggio più lungo a Londra, in treno): dopo quella chiacchierata (l”asci stare, Moro, non perda tempo a far diventare i comunisti democristiani”) con il ministro americano (che contava molto pù di un Presidente) Moro ebbe un malore. Al suo ritorno in Italia pensò seriamente di abbandonare la politica e di dedicarsi completamente alla sua carriera di professore universitario. Preferiva insegnare ai suoi ragazzi la non-violenza, lui che era contro la pena di morte e l’ergastolo, la vendetta.

Tra le foto che Damilano fa scorrere in teatro, quella che ritrae Moro al mare circondato da gente in costume da bagno: in perfetta grisagla istituzionale, giacca e cravatta, possibilmente in nero, persino in spiaggia e col solleone. Che brutti scherzi, a volte, fa la sorte: chi avrebbe potuto mai immaginare che Moro avrebbe concluso i suoi ultimi giorni in maniche di camicia, prima a scrivere le sue “prigioni” e poi da morto dentro quel cofano della Renault.

Moro e la Sicilia. Ad accoglierlo quel giorno, racconta Damilano, c’erano il presidente Pier Santi Mattarella (ucciso dalla mafia due anni dopo dalla morte di Moro, a soli 44 anni); il giornalista e fondatore dell’Osservatorio Politico Mino Pecorelli, tra i pochi ad aver letto il memoriale di Moro (verrà ammazzato un anno dopo in circostanze ancora oggi da chiarire). L’ultima foto ritrae Moro in maniche di camicia, lo sguardo esteriore un po’ distratto, annoiato; quello interiore invece stava valutando tutte quelle cose che gli erano accadute: una vita sempre al di là delle politica, cosi come lo descrive Marco Bellocchio nel suo film “Buongiorno, notte” con la straordinaria interpretazione di Roberto Herliska che passeggia felice di buon mattino senza sapere che da lì a breve sarebbe stato ritrovato acciambellato nel cofano di una Renault.

Moro 40 anni dopo. La verità sulla sua morte è ancora parziale. Per Damilano potrebbe essere contenuta tra le righe dell’ultima lettera da prigioniero: “Tutto si racchiude in un atomo di verità che potrà salvare il Paese. Tocca a noi – scrive Moro – continuare a costruire una democrazia adulta con un atomo di verità….Se ci fosse luce sarebbe bellissimo!”. Grande emozione in teatro, sabato pomeriggio erano diversi i democristiani con i lucciconi agli occhi.

                            on. Gino Foti

Uno di questi l’onorevole Gino Foti, parlamentare e segretario provinciale della DC ai tempi di Andreotti: “In quei giorni c’ero pure io, ho vissuto in prima persona quei terribili momenti di angoscia per la vita del nostro Aldo Moro e timore per ciò che stava accadendo alla nostra politica, alla nostra povera Italia. Cose inimmaginabili che i nostri giovani, oggi, non potrebbero mai comprendere. Questa “lectio” è servita a tutti”.

All’assesore alla Cultura Fabio Granata e al sindaco Francesco Italia seduto in prima fila, tocca adesso ricordare gli appuntamenti prossimi della nuova stagione teatrale al Comunale che riapre il sipario dopo circa 60 anni. E sulla stessa falsariga l’ospite atteso sarà Fiammetta Borsellino che traccerà un profilo del padre Paolo, di quei giorni terribili prima e dopo la strage e delle indagini di via D’Amelio ancora in “sospeso”. Domani sera alle 20,30 lo spettacolo di e con Davide Enia dal titolo “L’Abisso” : l’immigrazione vista, stavolta, con lo sguardo critico ed umano di una guardia costiera in servizio durante uno dei tanti naufragi nel mar Mediterraneo. (r.t.)

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