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Siracusa| L’Abisso, il teatro/verità di Enia nel cimitero Mediterraneo

5 Dicembre 2018 | by Redazione Webmarte
Siracusa| L’Abisso, il teatro/verità di Enia nel cimitero Mediterraneo
Spettacolo
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“L’abisso” più profondo, lunedì sera, era dentro il teatro. Ad ascoltare Davide Enia e la sua storia drammatica sui naufragi dei migranti di Lampedusa e sul cimitero Mediterraneo c’era purtroppo – nella sua stragrande maggioranza –  tutta quella gente che si occupa del fenomeno in prima persona. In trincea. C’erano gli addetti ai lavori, Emergency, associazioni no profit, chi vive a contatto con gli sbarcati nei centri Sprar e negli ospedali. Chi ha vissuto sulla propria pelle quella esperienza.

Peccato. A teatro non c’era, invece, chi avrebbe dovuto approfondire “l’emergenza nazionale” (che dico, europea, mondiale) che continua a dividere questa Italietta della politica “che non vuol vedere”. Il lavoro del palermitano Davide Enia, “L’Abisso” (Scene dalla Frontiera), che ha aperto ufficialmente la stagione al “Massimo” dopo 60 anni di silenzi ed incompiute, avrebbe sicuramente meritato un pubblico molto più numeroso ed eterogeneo visto la portata di estrema attualità e la reale “crudezza” dei fatti raccontati nei minimi particolari in quanto vissuti sulla propria pelle. E non per sentito dire o rubati allo sconcerto di una immagine o un frame audiovideo. Proprio no. Enia, da bravo reporter di frontiera, è andato a documentarsi direttamente sul posto, a Lampedusa, per tre anni consecutivi, prima di scrivere e mettere in scena quel pezzo di “teatro-specchio dell’umanità”, per dirla come il sovrintendente Inda, Antonio Calbi, che ha introdotto alla pièce: “Uno spettacolo fortemente voluto – ha esclamato – per voi che siete spettatori habituè del Teatro Greco”.

Qui la storia è capovolta. Intelligentemente. La vicenda viene affrontata dal punto di vista di un sommazzatore della Guardia Costiera (“un omone destroide, fascistone”) nel momento in cui la sua vita si mescola con quelle dei naufraghi. Abisso interiore davanti al dilemma: “chi salvo? Le tre persone a un metro da me o la mamma e il suo bambino che stanno per affogare cinque metri in là?”. Ovvio, la mamma e il bambino, secondo il manuale dei marinai, è cosi che va. Prima le donne ed i bambini. Fiati sospesi prima di sapere l’inaspettato esito. Puro calcolo matematico. “Tre è molto più di due”.

            il sovrintendente Inda, Calbi

Quello di Enia non è uno spettacolo ideologico ma pone delle domande vere, pesanti. “Ed è questo il segno indicato verso cui sarà diretto questo Teatro che rinasce, sottolinea Calbi, quale potenza straordinaria di un’assemblea in totale empatia con la scena e le storie che ci riguardano. Anche queste sono forme di fidelizzazione: il pubblico deve adottare il palcoscenico che deve vivere ed accogliere tutte le arti. Il teatro civico, diritto e dovere di tutti”.

Lo spettacolo è un momento di resilienza, di recupero dal suo abisso, per lo stesso autore/attore. Enia si reca a Lampedusa col padre, un cardiologo in pensione col pallino della fotografia, un padre “muto”, che ha dialogato poco e niente col figlio, con cui inizierà un nuovo rapporto, intenso, autentico. Probabilmente, grazie anche a quei 525 sbarcati: tra loro neonati, donne incinte, violentate, minori tra i 12 e 15 anni non accompagnati. Un pezzo di umanità mai scrutata prima di allora. Quello di Davide Enia è un lavoro di intensa fisicità, faticoso, di muscoli; il linguaggio è spesso e volentieri deittico, fatto di gesti che parlano, mani che percuotono il corpo, piedi che battono a ritmo sul pavimento. Sembra il resoconto di una giornata trascorsa nella “mattanza”: sangue, urla, imprecazioni, voci di pescatori che si rincorrono, il fruscio di una fiocina, la rete issata, il “pesce” raccolto e quello lanciato sulla barca. Momenti esagitati, di caos. E poi, la calma. Per poi ricominciare.

Altri personaggi chiave sono Paola e Melo, i due amici che gestiscono a Lampedusa un B&B. Salveranno 45 naufraghi sbarcati nella “cala”, li sfameranno e li riscalderanno. In balia delle onde alte 7 metri, inghiottiti dal buio della notte, presi a schiaffi dal vento e dalla pioggia, alcuni di loro non ce la faranno a raggiungere la spiaggia, e prima di scomparire nello “scuro”, urleranno il proprio nome. A voce alta, affinchè tutti possano ascoltare. Affinchè qualcuno potesse riferire ai parenti sopravvissuti che il loro congiunto non potrà mai più raggiungerli. Per non farli stare in ansia inutilmente.

          giulio barocchieri e davide enia

Come il deserto, anche il mare è un camposanto. Il Mediterraneo è il più affollato. Ma prima di finire negli abissi, le donne subiscono, da vive, un’altra discesa negli inferi: la violenza sessuale, l’abuso, il maltrattamento. In Libia le ragazzine vengono stuprate e manipolate come giocattoli. Ne sa qualcosa il signor Vincenzo, altro personaggio chiave, che fa il custode del cimitero a Lampedusa. Lui c’era in quel primo storico sbarco del 1990. Ha lavato i cadaveri, li ha profumati e poi ha compiuto un gesto di profonda prospettiva: seppellire 11 ragazzi, uno accanto all’altro, come una squadra di calcio. Più in là, in disparte, la tomba per una ragazzina all’ombra di un oleandro. Per loro, Vincenzo, costruisce dodici croci….”che non sono un simbolo musulmano…ma chi se ne frega! Le ossa sono tutte bianche!”. Nel 2007 il signor Vincenzo è andato in pensione, ma è sempre lì, a pulire le tombe, a guardare fisso, muto, il mare.

Lo zio Beppe, nefrologo, morto di cancro è la prova finale di Enia, uno struggente quadro di piètas: sul letto di morte non ci sarà più posto nemmeno per le lacrime. Attraverso l’orrenda mutilazione del corpo e dell’anima di centinaia, migliaia di naufraghi, zio e nipote riusciranno a metabolizzare persino il lutto, la perdita ed il distacco dalla vita terrena. Un passaggio lieve rispetto alle atrocità sofferte da quei poveri ragazzi in balìa delle onde e dello “scuro”: “Non piangere, zio Beppe. Dopotutto, hai trascorso un bel pezzo di vita, tu. Stai morendo con tutti gli onori e circondato dagli affetti a te più cari…”.

Lo spettacolo raggiunge il suo climax quando Davide Enia inizia il “cunto” (alla Cuticchio maniera) in chiave rock grazie al preziosissimo assist del maestro Giulio Barocchieri che sintetizza suoni e versi pizzicando e amplificando le corde di una chitarra elettrica. Il pubblico applaude per circa tre minuti. “E alla fine ti rimetterai in piedi, ricomincerai daccapo e indosserai la tua armatura”. Si ritorna in mare, con la palla medica per allenarsi, con altre vite da 30 chili da salvare. In acqua le differenze si annientano: “Dopotutto, secondo il mito di Europa e Zeus – sotto le spoglie di toro bianco – siamo o no figli di una traversata in mare?”. “Scuru!”.  All’uscita dal teatro, invece, è luce. Una nuova consapevolezza, e stranamente ti volti, stavolta rallenti e ti soffermi a guardare il volto spaesato di un uomo solitario, nascosto sotto un cappellaccio di lana, che percorre in bicicletta la strada verso il “ghetto”. Chissà se, anche lui, è stato a Lampedusa. (r.t.)

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