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Siracusa | No al mega impianto fotovoltaico di Canicattini Bagni

31 Maggio 2021 | by Federico Tringali
Siracusa | No al mega impianto fotovoltaico di Canicattini Bagni
Attualità
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Legambiente Siracusa e Slow Food Siracusa: “La Regione blocchi subito l’impianto di Canicattini Bagni con un vincolo di immodificabilità dei luoghi e chieda al Ministero dell’ambiente il completamento dell’iter istitutivo del Parco degli Iblei”

“Nella fase di transizione energetica a cui andiamo incontro la diffusione sempre maggiore delle energie rinnovabili è la condizione principale per decarbonizzare l’economia e per lottare contro la crisi climatica in atto. L’appello viene lanciato da Legambiente Siracusa e Slow Food Siracusa in merito al campo FTV di Canicattini Bagni. “Per dismettere le fonti fossili e raggiungere gli obiettivi stabiliti dagli accordi internazionali previsti entro il 2030, abbiamo bisogno di attuare – affermano le due associazioni in un comunicato – misure coraggiose e praticabili in tutti i settori, in modo da ridurre i fabbisogni di energie fossili, attraverso l’efficienza energetica e lo sviluppo di impianti da fonti rinnovabili in ogni territorio.

Il mega impianto fotovoltaico a terra che dovrebbe sorgere in località Cavadonna, alle porte del comune di Canicattini Bagni, per il quale l’assessorato regionale al Territorio e ambiente ha espresso parere positivo sulla valutazione di impatto ambientale e sulla valutazione di incidenza ambientale, non c’entra nulla con tutto questo. Si tratta – proseguono – di un campo di “taglia industriale” di enormi dimensioni che dovrebbe essere realizzato su una superficie di circa 100 ettari (1 milione e 129 mq), in buona parte aree agricole e a verde pubblico, che prevede l’installazione di 187.280 moduli (pannelli con inseguitore solare) posti a terra. A ciò si aggiunga la dotazione dell’impianto di “viabilità interna e perimetrale”, “accessi carrabili”, “recinzione perimetrale”, “sistema di illuminazione e videosorveglianza”, oltre alla realizzazione dei cavidotti interrati per i collegamenti alla rete.

Sulla base del progetto presentato, oltre un terzo del milione e centomila metri quadri dell’area in questione verranno coperti da pannelli e strutture di servizio. Considerate le dimensioni e l’area in cui dovrebbe sorgere, l’impianto imporrebbe un sacrificio territoriale e paesaggistico inaccettabile: coprirebbe una vastissima area agricola di pregio trasformandola in una distesa di pannelli e data la posizione collinare sarebbe visibile a distanza di chilometri. Con impianti di questo genere, si ripercorrono pedissequamente le modalità a cui abbiamo assistito nella prima generazione di grandi parchi fotovoltaici a terra secondo un modello di produzione industriale “monoculturale” che assomiglia più a un’operazione di valorizzazione della rendita immobiliare che a un’iniziativa innovativa in campo energetico. Il rischio è che prenda piede un modello di business con un approccio industriale alla risorsa suolo, di cui sarebbero le superfici coltivate a fare le spese.

Gli effetti collaterali negativi di questo modello di intervento, come la sottrazione di suolo agricolo e l’aggravamento del fenomeno di desertificazione in atto nella regione Sicilia, sono stati bene evidenziati nel dossier di Legambiente ( https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2020/11/agrivoltaico.pdf), in cui l’Agrivoltaico viene proposto come modello alternativo per accelerare la diffusione del fotovoltaico, scongiurando la sostituzione di colture con impianti ma integrandoli come fattore di supporto al reddito agricolo.

Apprezziamo e abbiamo proposto che il Recovery Plan sostenga i progetti di agrivoltaico “dove i pannelli solari vengono integrati con le produzioni agricole o gli allevamenti, con l’obiettivo di combinare la produzione di energia elettrica con l’attività agricola. Sono diverse le sperimentazioni e installazioni in corso che in un quadro di riduzione dei costi dei pannelli solari dimostrano che la convivenza è possibile, con vantaggi in termini di ombreggiamento per le colture e per gli animali”.

Riteniamo sbagliato, anche per chi decide di investire nel settore, autorizzare impianti come questo al di fuori di qualsiasi programmazione che invece dia priorità agli impianti (anche di grandi dimensioni) da realizzare nelle vaste aree industriali e artigianali dismesse o nelle cave di estrazione abbandonate. Per questo chiediamo che la Regioni blocchi immediatamente l’impianto attraverso l’emissione di un vincolo di immodificabilità dei luoghi e allo stesso tempo, di concerto con le amministrazioni comunali, si faccia promotrice di un’azione presso il Ministero dell’Ambiente affinché venga immediatamente completato l’iter istitutivo del Parco Nazionale degli Iblei.

Agli amministratori pubblici che oggi, giustamente, si oppongono a questo progetto, vogliamo ricordare che il paesaggio non può essere difeso “ad intermittenza” ma è tutelato proprio dalle norme contenute in quel Piano Paesaggistico che in alcuni casi alcuni di loro in passato hanno ottusamente osteggiato. Proprio laddove il piano non contiene prescrizioni vincolanti, come per le aree in cui dovrebbe sorgere questo impianto, nascono i problemi. Lo stesso vale per il Parco degli Iblei, che esisterebbe già da anni senza l’ostruzionismo di coloro che, considerandolo solo uno strumento per “ingessare il territorio” e “bloccare ogni iniziativa imprenditoriale”, ad ogni piè sospinto chiedono il suo ridimensionamento attraverso ipotesi di riperimetrazione dei confini. Infine – concludono – coloro che adesso lamentano l’impatto paesaggistico nulla però dicono sul fatto che sono stati inseriti nelle ZES, Zone economiche speciali, quasi 100 ettari di suolo agricolo di pregio posti nelle contrade prossime a Santa Teresa Longarini e in quelle contigue alla SP 124 per Floridia, dove potrebbero sorgere senza troppi controlli impianti industriali e artigianali di tutti i tipi”.

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