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Siracusa| Salvare il mondo? Pound e Pasolini ci provarono

1 Luglio 2017 | by Rosa Tomarchio
Siracusa| Salvare il mondo? Pound e Pasolini ci provarono
Spettacolo
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Straordinaria rilettura de Le Rane di Aristofane del regista Barberio Corsetti. La poesia e l’onesta intellettuale sono la vera unica via verso la Riconciliazione. Aristofane salverà Eschilo, Corsetti fa resuscitare due opposte scuole di pensiero e fa scoppiare la pace. E noi chi riporteremo su dagli Inferi?

Giorgio Barberio Corsetti

La bellezza della poesia salverà il mondo. E’ l’insegnamento degli antichi greci che riecheggia oggi nell’antica cavea del Teatro Greco di Siracusa con il debutto de Le Rane di Aristofane con l’attesissimo intervento di Ficarra e Picone.  Il regista Giorgio Barberio Corsetti fa un dono, forse, ancora più grande ai posteri : il mondo può essere salvato, attraverso la gentilezza dei poeti, a costo di abbattere qualsiasi pregiudizio e preconcetto sia politico che sociale. Una rilettura diligente e matura che fa tremare i polsi quando, alla fine dello spettacolo, sul video wall appare una vecchia intervista di Pierpaolo Pasolini, notoriamente di sinistra, al poeta americano Ezra Pound, notoriamente di destra.

In questo meraviglioso scambio idilliaco di “amorosi versi” sono lapidarie le parole pronunciate da Pound: “Pax tibi, pax mundi!”. C’è tutto, c’è la pace che “scoppia” tra due scuole di pensiero da sempre in guerra,  in questo celebre frammento di intervista (che noi riproponiamo). Pasolini e Pound si incontrarono per la prima volta nel 1967, alla fine di ottobre e dialogarono in un’intervistadocumentario di Vanni Ronsisvalle dal titolo “Pasolini-Pound. Un’ora con Ezra Pound”. In quest’intervista Pasolini si rivolge a Pound con una frase mutuata dallo stesso poeta americano e riferita originariamente a Walt Whitman: ”Stringo un patto con Te./ Ti detesto ormai da troppo tempo./ Vengo a Te come un fanciullo cresciuto che ha avuto un padre dalla testa dura./ Sono abbastanza grande ora per fare amicizia./ Fosti Tu ad intagliare il legno./ Ora è tempo di abbattere insieme la nuova foresta./ Abbiamo un solo stelo ed una sola radice./ Che i rapporti siano ristabiliti tra noi». E la risposta del vecchio Pound fu: «Bene… Amici allora… Pax tibi… Pax mundi”.

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Corsetti, a suo modo, a distanza di 40 anni, ritenta di ricucire i rapporti tra opposte fazioni, perché anche questo è il compito degli artisti, partendo prima dalla disputa, poi sanata da Dioniso (Salvo Ficarra) tra i due poeti eccelsi Eschilo ed Euripide (Dioniso salverà Eschilo- Roberto Rustioni, che tanto ricorda Pirandello nella sua mise scenica, e lascerà negli inferi Euripide- Gabriele Benedetti che, invece, sembra incarnare Fellini con la sua sciarpa rossa ed il cappello bianco a falde larghe, un “apparentamento” tuttavia respinto dallo stesso regista: “Euripide era bisessuale, Fellini assolutamente no!”) ed approdando dunque ai modernismi di Pound-Pasolini con il momento della massima riconciliazione. Un messaggio forte che dovrebbe far riflettere soprattutto la classe dirigente di questo Belpaese fatto di santi, poeti e navigatori. Di Poeti, appunto.

Nella regia, per certi versi profetica, almeno cosi si augura, di Corsetti, c’è un altro grande salto di qualità e maturità: Le Rane appaiono il compendio di tutto un ciclo tebano, su cui è permesso ridere dopo tante sciagure, ci sono i Sette di Eschilo, le armi, le guerre, il sangue fratricida appunto, e le Fenicie di Euripide dove il testo tenta di ammorbidirsi con la presenza delle donne e dell’amore compassionevole di Antigone verso i due fratelli Polinice e Eteocle, vittima e carnefice l’uno dell’altro.

Solo col superamento degli egoismi e con l’umiltà insita nelle grandi anime sensibili dei poeti, ormai saggi perché in tarda età, solo con l’onestà intellettuale si potrà avere la pace nel mondo. E allora: Pax tibi”, pace a te, mio nemico di sempre.

Ficarra e Picone – Le Rane

Spezzano subito il ghiaccio e ogni tipo di suspence Ficarra e Picone che entrano subito in scena, senza esitazione alcuna e col loro piglio sicuro di una vis comica innata. Soli, loro due, in un silenzio che impressiona e sulla nuda scena sconfinata (bello il prospetto del palcoscenico una volta tanto “liberato”)e che non reca “disturbi” visivi allo spettatore che cosi può entrare in completa simbiosi con la narrazione. Forse, Rane, è l’opera più “semplice” realizzata sin qui da Corsetti, via via però la scena si riempie di “espedienti” e interventi coreografici (il coro che canta e si muove a canone, marcando il ritmo e con un sincretismo puntuale che fa veramente coro iniziatico) come la presenza di grandi maschere e marionette, che danno allo spettacolo anche quel giusto slancio di multidisciplinarietà e internazionalità (la scuola è francese, marionnnette o marion),ispirate alle sculture di Gianni Dessì (autore del manifesto ufficiale del 53° ciclo) e realizzate da Einat Landais mentre Marzia Gambardella ne ha curato la direzione dei movimenti e Carlo Gilè la costruzione.

SeiOttavi

Geniale poi l’intervento musicale e canoro dei palermitani SeiOttavi, coro a cappella che da vita e voce alla Rane della palude infernale e dei sacri iniziati ai Misteri Eleusini. Ed ecco che la scena comincia a comporsi, è il coro, sono gli allievi dell’Accademia “Giusto Monaco” dell’Inda: sono loro a muovere due grandi parallelepipedi bianchi che fanno da alveo al fiume del ” Caro Caronte” che condurrà Dioniso agli Inferi nella delicata missione di salvare la poesia e il mondo. Da lì faranno capolino le Rane (SeiOttavi), geniale il loro intervento corale e musicale a cappella mentre il loro “scoppiettante gorgoglio”  viene interrotto qua e là da forti peti su licenze aristofanine e da esilaranti risate del pubblico.

Da lontano, dalla profondità della scena finalmente “liberata”,  giunge il coro degli “iniziati” che intona l’inno sacro di Eracle. Ed ecco che prende forma la vera opera di Corsetti che da sempre è avvezzo a dialogare intensamente con il “genius loci” prima di inchinarsi alla poesia eterna. La bellissima tensione emotiva via via si allenta con l’azzardato “ciuri ciuri” del coro incoraggiato dai palermitani SeiOttavi e dai compari Ficarra&Picone.

La commedia, che tanto commedia non è se si guarda al “sentiment” finale dell’opera, raggiunge il suo massimo climax quando si infiamma la sfida tra Eschilo ed Euripide che “mangiano a spese dello Stato sino a quando non arriverà uno più bravo di loro”. “C’è qualcuno che sta dalla parte di Eschilo?”. “No, le persone perbene sono in minoranza!” E cosi via con altre “freddure” che vanno bene per ogni stagione. Al contempo, si animano le maschere giganti, trasformiste (pachiderma rutilante, ippogallo, ippocervo).

 “Che inizi l’agone!”. “Il compito di noi scrittori sta nella bravura e la capacità di dare consigli ed educare la gente,ecco di cosa devono occuparsi i poeti”. Ma chi seguire come esempio emblematico verso la salvezza? Eschilo, che ha intriso le sue opere di Ares, “senza puttane, Fedra o donne che si innamorano”? Senza politici buffoni che ingannano il popolo? O Euripide, che mette parole e fiori nei suoi discorsi? Mentre si infiamma la contesa tra i due eccelsi poeti, Dioniso, che non si sa decidere, passa alla sfida dei prologhi. Ma non basta. E fa entrare in scena la bilancia per “pesare “ le parole dei due. “Allora, che pensiero avete per la salvezza della città?” Euripide: “Diffidare da quelli di cui non ci si può fidare!”. Ed  Eschilo: “Considerare la terra dei nemici come se fosse la nostra. Educare gli sciocchi, solo così si potrà salvare la città”. Dioniso salverà dagli inferi Eschilo. Per buona pace di qualche spettatore rumoreggiante.

E’ vero, è da tanto tempo che non si sentiva parlare di Ezra Pound. Corsetti, che è un sessantottino sfegatato, lo ha fatto. E’ questo il vero trionfo della democrazia, il dono di sapere ascoltare. E raccontare questi grandi miracoli che la storia ci ha regalato ma che, spesso, vengono appositamente rimossi per evitare eventuali spiriti di emulazione.

Infine. Sarebbe stato interessante conoscere il verdetto in occasione di uno dei tanti ”Agon” siracusani quest’anno interpellato a giudicare Polinice, fratricida assolto dalla giuria popolare del Teatro Greco ma, attenzione, condannato dal “giudice”.  (Rosa Tomarchio)

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