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Siracusa | Troppi eventi negativi incidono sul Petrolchimico: a rischio implosione

Siracusa | Troppi eventi negativi incidono sul Petrolchimico: a rischio implosione
Sindacale
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Occorre un progetto per la transizione, che ponga al centro il lavoro e l’occupazione. Il sequestro del depuratore consortile IAS, di Siracusa, insieme alla crisi generata dalla guerra, rende evidente la debolezza strutturale di un Petrolchimico ormai irriformabile che rischia inesorabilmente di implodere”.

Non voglio entrare nel merito di un provvedimento della magistratura che tende correttamente a tutelare “la salute pubblica” ma non posso ignorare che fermare il conferimento dei reflui, significherebbe fermare tutto il petrolchimico con la conseguente perdita di migliaia di posti di lavoro. Lasciando quindi lavorare la magistratura, perché la tutela della salute pubblica è una priorità, occorre però trovare soluzioni tecniche che permettano la continuità produttiva del petrochimico nell’ottica di un ambizioso e strategico piano di riconversione attento alla sostenibilità ambientale e sociale. Occorre avere la giusta attenzione alla salute pubblica ma visto che le imprese sembrano esclusivamente interessato a tirare a campare e a fare profitti fino a quando gli sarà consentito, il Governo faccia la propria parte e rimetta in mani pubbliche il futuro di Priolo”.

In questo complesso quadro sociale il rapporto tra lavoro, ambiente, salute e territorio è tema che pone, in tutta la sua drammaticità, a noi tutti una domanda: quale costo sociale, ambientale e umano si è disposti a pagare per lavorare? Sono convinto che realizzare veramente la transizione energetica in un territorio dove si è generato negli anni una profonda frattura tra industria e territorio, può risultare non semplice e dolorosa in termini sociali e ambientali. -commenta Antonino Recano della Fiom Cgil Siracusa -Un tema di cui il Governo e la politica dovrebbero farsi carico, con la consapevolezza che la vera questione non è gestire gli effetti della crisi con l’istituzione di un’area di crisi complessa ma occorre sottoscrivere un accordo di programma vero che preveda investimenti e progetti per la riqualificazione e il rilancio sostenibile del petrolchimico”.

Nel dibattito politico montato in questi mesi intorno alle sorti del Petrolchimico è, però, mancato il punto di vista dei lavoratori, il loro disagio, la paura per il loro futuro, in realtà il destino di 10.000 lavoratori e delle loro famiglie è stato sbandierato per qualche giorno a favore dei media e dei talk show per poi ripiombare nell’oblio all’indifferenza. Ma la domanda è, può un territorio con un alto tasso di disoccupazione, come il nostro, perdere altri posti di lavoro? A Gela dopo la chiusura della raffineria, dei 2500 lavoratori occupati, ne sono rimasti poche centinaia. Con qualche differenza però, perché mentre i lavoratori diretti sono stati accompagnati alla pensione o trasferiti in altri siti Eni, l’indotto è precipitata in una “guerra tra poveri” a contendersi con i lavoratori siracusani, tra degrado e precarietà, il poco lavoro che ancora c’è a Priolo. Una guerra che i lavoratori continuano a perdere in ogni caso, perché anche nella situazione attuale, mentre da una parte si chiede unità d’azione e responsabilità per salvare il Petrolchimico, LUKOIL ed ENI continuano a polverizzare, con gare al massimo ribasso, in nome del profitto aziende e lavoratori, alzando la tensione sociale e aumentando la distanza dal territorio”.

Come metalmeccanici pensiamo occorra il coraggio di abbandonare “quell’impronta fossile” che ha caratterizzato per 70 anni la presenza industriale a Siracusa, di pretendere un cambio di paradigma verso un modello industriale moderno, sostenibile che a partire dalle bonifiche e dalla rinascita di un distretto manifatturiero, crei sviluppo e nuovi posti di lavoro. I metalmeccanici in mezzo secolo hanno dimostrato di avere le competenze necessarie: nella c.d. “Area Yard” di Marina di Melilli sono passate aziende come Bonardi, Belleli, Fantuzzi e fino al 2010 la SITECO, azienda che occupava circa 600 lavoratori, ha prodotto pale eoliche; nelle aree attrezzate di Punta Cugno negli anni 80’ il consorzio Italoffshore (Gecomeccanica, Iritecna, Itin, Saldomeccanica) che occupava circa 3000 lavoratori, costruiva piattaforme petrolifere. Queste aree, in stato di abbandono, potrebbero essere bonificate e riconvertite per sviluppare progetti e utilizzando il know-how acquisito dalle maestranze realizzare un polo metalmeccanico moderno e sostenibile, capace di dare lavoro migliaia di metalmeccanici”.

I metalmeccanici chiedono al Governo di rimettere al centro il lavoro e i lavoratori guardando al futuro del territorio in una prospettiva di diversificazione ed integrazione delle attuali produzioni uscendo dalla “monocultura industriale”. Che ha caratterizzato il territorio in questi 70 anni, liberando nuove potenzialità lontano dal settore petrolchimico provando a sviluppare ambiziosi progetti di bonifica e sulle energie rinnovabili intestandosi una battaglia che non può avere come unico obiettivo quello di garantire un po’ di ammortizzatori sociali, ma quello di rilanciare l’occupazione per conquistare un futuro di sviluppo economico e sociale. Ma perché tutto questo possa realizzarsi occorre necessariamente che scendano in campo i sindacati, le forze sociali, le istituzioni e l’intero territorio in un contesto di unità e condivisione per provare a trasformare la crisi del Petrolchimico in un’opportunità di riscatto per tutto il territorio”.

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