Riportiamo il testo pubblicato sul suo profilo social da Claudio Fava, giornalista, scrittore, regista ed ex parlamentare regionale, nazionale ed europeo, alla morte del boss catanese Nitto Santapaola, condannato per numerosi reati di mafia tra cui l’uccisione del padre Pippo.
Niente, e così sia di Claudio Fava
S’è portato dietro e dentro i suoi segreti, i nomi e cognomi degli innominabili protettori, le monete che gli vennero pagate in libbre di carne umana per metterlo in cima al trono.
Né Macbeth e nemmeno Riccardo III: la violenza di Nitto Santapaola è stata sempre obbediente, mai epica.
Nessuna battaglia, nessun onore: solo agguati, solo nemici sparati alle spalle.
Di quel sistema di potere, perfetto ed osceno, che ha governato Catania per vent’anni,
Santapaola è stato il silenziosissimo sacerdote.
Tra i suoi beneficiari, c’era tutta la città che contava e che comandava. Prefetti, giornalisti, procuratori, commissari, colonnelli, editori. La memoria di quegli anni felici e impuniti, di quegli accordi miserabili, Santapaola se l’è trascinata dietro nei suoi trentatré anni di carcere, e adesso nella tomba.
Avrà vissuto quel suo silenzio come un segno di virilità, il punto d’onore di chi non parla, non dice, non ammette.
Non c’è stato onore né virilità in questo silenzio: solo una lunga, mesta fuga dai suoi fantasmi.
L’ho incontrato due volte. La prima, in questura, il giorno dell’arresto.
Il questore mi chiese di venire, di assistere alla sua traduzione verso il carcere. Andai, per non apparire scortese.
Mi vidi passare davanti quest’uomo che bofonchiava piano le sue bestemmie tra un codazzo di agenti.
Lo guardai salire su un’auto, andarsene: e mi accorsi che non sentivo nulla.
Né odio, né rabbia e nemmeno pietà. Avevo il cuore arido, bianco, spento.
Me ne vergognai, perfino. E non ne parlai con nessuno: mi sentivo in colpa per non aver sentito bollire dentro di me alcuna collera.
Pensai che ero fatto male, dentro. Che bisogna imparare ad odiare. Invece, niente: un signore in manette, il cellulare della polizia, titoli di coda.
Me lo ritrovai davanti dopo più di vent’anni, a Opera.
Con la Commissione antimafia stavamo completando un giro delle carceri di massima sicurezza, volevamo garanzie sul decoro di quella detenzione al 41 bis, spesso e a ragione considerata non umana. Non sapevamo nemmeno i nomi dei detenuti, non era quello lo scopo della visita.
Così, passando davanti ad una cella aperta, lo vidi. Lui mi riconobbe. Si avvicinò alla grata che ci divideva trascinando i piedi, e io lo aspettai.
Allontanarmi sarebbe stato un atto di viltà e al tempo stesso una mancanza di riguardo umano verso quell’ergastolano. Non dissi nulla, parlò lui.
Mi disse che era innocente, che avrebbe stretto la mano di mio padre quando si sarebbero ritrovati lassù.
Non lo interruppi, non gli chiesi nulla, non lo accusai di nulla: ascoltai, e basta.
Mi sembrò solo una recita triste, l’estrema perdizione di quell’uomo, talmente prigioniero del proprio personaggio da dover fingere perfino davanti a me.
Gli avrei potuto ricordare che da anni mi toccava andare in giro scortato perché per due volte aveva chiesto alla sua gente che io venissi ammazzato.
Ma a cosa sarebbe servito? Avrebbe spalancato lo sguardo, si sarebbe rifugiato nel suo improvviso stupore, e in quella recita avrebbe trascinato anche me.
Nessun odio. Non ne sono stato capace.
E nessun sollievo, adesso che non c’è più.
Detto tra noi, mi sono stati sempre più sulle scatole gli onesti borghesi della mia città (colleghi giornalisti, giudici, onorevoli…) che gli scodinzolavano dietro come cagnolini.
A loro continua ad andare, intatto, il mio disprezzo.
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