Nel corso dell’udienza preliminare, il Gip del Tribunale di Palermo ha rigettato la richiesta di patteggiamento presentata dalla ex preside dell’Istituto Falcone dello Zen di Palermo Daniela Lo Verde e altri 4, mentre ha rinviato a giudizio 10 persone tra insegnanti, tutor e collaboratori scolastici.
Per il Giudice le pene, da sei mesi a un anno e mezzo, sarebbero “incongrue” rispetto al disvalore dei fatti, “condotte riprovevoli e meritevoli di adeguata risposta sanzionatoria”.
Il prossimo 10 marzo le parti dovranno proporre una pena più alta o affrontare il processo.
Daniela Lo Verde, ex simbolo della lotta per la legalità, era stata arrestata ad aprile del 2023, assieme al suo vice, con l’accusa di aver utilizzato a fini personali i fondi dell’Unione Europea.
L’ex preside, era nota per le sue battaglie antimafia, che l’avevano fatta diventare un simbolo della lotta per la legalità, al punto da essere insignita nel 2020 del titolo di Cavaliere della Repubblica dal Presidente Mattarella.
Un simbolo che si era però frantumato di fronte alle accuse di peculato e corruzione, che l’hanno condotta agli arresti domiciliari, assieme al vicepreside e a un dipendente di un negozio di rivendita di prodotti Apple che le avrebbe regalato degli iPhone in cambio della fornitura in esclusiva alla scuola di tablet e pc, e di essersi perfino appropriata del cibo destinato agli alunni.
La Lo Verde aveva respinto in un primo tempo le accuse per poi, in un successivo interrogatorio, ammettere le proprie responsabilità di fronte alle prove fornite a supporto delle accuse.
“Ammetto tutti i fatti che mi sono stati contestati e mi assumo la responsabilità delle mie azioni di cui mi vergogno profondamente e mi rammarico.
Io ho fatto delle cose che non avevano e non hanno nessunissima giustificazione, ho tradito i valori che… che mi sono stati trasmessi, ho tradito me stessa, ho tradito le mie figlie, la mia famiglia e i bambini a cui io tengo tutt’ora tantissimo”.
L’inchiesta della Procura della Repubblica di Palermo era nata dalla denuncia ai carabinieri di una ex insegnante dell’istituto, che accusava la dirigente scolastica di “gestione dispotica della cosa pubblica da parte dell’indagata” e essere “avvezza alla violazione delle regole”, comprese quelle sull’emergenza sanitaria e sulla gestione dei fondi europei.
L’indagine ha poi accertato che gli accusati falsificavano le presenze degli alunni che partecipavano ai corsi finanziati con fondi dell’Unione Europea, registrando le firme successivamente alle lezioni, e che si sarebbero addirittura appropriati del cibo destinato agli alunni.
Nell’ordinanza con la quale disponeva gli arresti domiciliari, il Gip parlava di un quadro “chiaro, del tutto inequivocabile e imbarazzante”, dal quale emerge una gestione assolutamente spregiudicata, che curava gli interessi di natura personale.
Il metodo usato nella scuola dello Zen sarebbe stato applicato anche in altre regioni e in università illustri come la Federico II di Napoli, al punto che nei giorni la procura europea ha chiesto l’arresto di altre 16 persone.
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