Ad Augusta si riaccendono i riflettori sulla situazione all’interno della casa di reclusione cittadina, dove – secondo quanto riferito da Sebastiano Bongiovanni – in quindici giorni si sarebbero verificati due decessi presumibilmente riconducibili a overdose.
Episodi che, pur senza voler attribuire responsabilità dirette, impongono una riflessione sullo stato del sistema penitenziario.
Il quadro descritto è quello di un sistema in forte difficoltà.
Gli agenti della Polizia penitenziaria, si sottolinea, sarebbero costretti a operare in condizioni di grave carenza di organico, con difficoltà persino a coprire tutti i posti di servizio previsti.
Una situazione che inevitabilmente si ripercuote sulla sicurezza complessiva degli istituti.
Nel dibattito pubblico, osserva l’autore del comunicato – un ex appartenente alla Polizia penitenziaria – termini come “repressione” e “rieducazione” sembrano aver perso centralità, quasi fossero parole scomode.
Nel frattempo, sostiene, a prevalere sarebbe un’inerzia amministrativa che finirebbe per scaricare ogni responsabilità operativa sugli agenti in servizio.
A rafforzare il ragionamento viene richiamata una recente pronuncia della Corte di Cassazione, che ha riconosciuto la condotta omissiva colposa dell’Amministrazione penitenziaria per non aver adottato misure idonee a impedire l’ingresso di sostanze stupefacenti in un istituto e per non aver garantito adeguati controlli sanitari a un detenuto.
La decisione è arrivata pronunciandosi sul ricorso presentato dal Ministero della Giustizia contro la condanna al risarcimento in favore dei familiari di un detenuto trovato in coma nella propria cella e deceduto due giorni dopo in ospedale.
Il tema delle morti in carcere resta complesso e comprende casi dovuti a malattia, overdose, omicidio o cause ancora da accertare.
Tuttavia, secondo l’ex agente, il futuro della Polizia penitenziaria dipende dalla volontà di fornire strumenti adeguati sia per contrastare l’illegalità all’interno delle strutture, sia per garantire percorsi di rieducazione efficaci, così come previsto dall’ordinamento.
Un appello, dunque, a superare l’inerzia e ad affrontare con decisione le criticità del sistema, per tutelare la sicurezza degli istituti, la dignità dei detenuti e il lavoro degli operatori penitenziari.
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