Il dramma di tutti i tempi che avvince e lascia spazio a giudizi e condanne pesanti. Il tema è il rapporto madre – figlio, un figlio, però, ripudiato perché frutto di uno stupro.
La storia raccontata agli inizi del ‘900 nella più poetica visione di Pirandello, diventerà atto unico vent’anni dopo quando ancora nella capitale non si parlava nemmeno di aborto.
Due vittime, la madre (donna violentata) e il figlio Rocco, vittima anche lui delle debolezze dell’essere umano al limite della perfidia.
“L’altro figlio” in scena al Teatro Massimo di Siracusa ed in replica oggi alle 18, per la regia di Orazio Torrisi, apre le porte ad un vero e proprio Agòn in cui si mettono sul piatto della bilancia il grado di colpevolezza dei protagonisti, ma ancor più il peso della complicità, correa di tale colpevolezza, delle Donne del paese, della sartina Ninfa Rosa e di tutta una società cieca e sorda dinnanzi ad uno degli errori più gravi che una madre potesse fare: partorire un figlio – innocente – per poi ripudiarlo a vita perché troppo somigliante al suo violentatore.
“Persino la voce gli somiglia” – tenta di giustificare – invano – la sua colpa Maria Grazia anche lei completamente sorda all’eco di una ferita infantile che ancora sanguina.
Con la sua solita acuta analisi dell’animo umano, Pirandello, che è anche in scena sotto le mentite spoglie del medico Hinkfuss (quando il silenzio o un gesto dicono più della parola) ci conduce nel racconto di Maria Grazia: il distacco dai due figli “veri” che non la cercheranno mai più, l’abbandono da parte del marito che poi verrà ucciso dai briganti, la violenza subìta da uno di essi, il parto di un figlio non voluto e la condizione di estrema povertà e solitudine in cui la donna preferisce rimanere pur di non riconciliarsi col figlio “falso”.
“L’altro figlio”, dunque, restituisce allo spettatore un ritratto sociale delle verità nascoste e di quelle conseguenze che lasciano il segno per tutta l’esistenza, in una Sicilia ai tempi della prima grande emigrazione.
Il Teatro di Orazio Torrisi apre le braccia anche alla Danza.
E non poteva essere diversamente. Ballerini e ballerine diventano coro e coreuti in un ritmo sistemico ed emotivamente bilanciato che la coreografa Silvana Lo Giudice ci ha generosamente lasciato in eredità e che oggi la figlia Giorgia riprende e riadatta in ossequio al codice aulico del Contemporary che la madre ha coltivato per anni nella bellissima e prestigiosa realtà della scuola di danza TMB, oggi Compagnia Città Teatro Danza.
Sul palco Gianmarco Arcadipane, Evelyn Famà, Giovanna Mangiù e Santo Santonocito, nei loro rispettivi ruoli, “si muovono come marionette manovrate dal Medico/Pirandello e con il loro linguaggio verbale e corporeo tendono a sottolineare le sensazioni più viscerali e le emozioni più interiorizzate insite nella pagina scritta e rese con strumenti diversi dal linguaggio ordinario degli attori”.
Scene e costumi sono di Giuseppe Andolfo, luci e fonica di Simone Raimondo.
Si replica oggi, domenica 22, alle ore 18.
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