Quando Filippo Di Pietro è salito sul palco del Rotary International in occasione del meeting mondiale del Rotary, si è trovato di fronte a 40 mila persone. Quella che ha vissuto nel continente asiatico è stata un’esperienza che non si racconta, ma che si vive e basta.
Quando il suono ti travolge: l’emozione di suonare davanti a 40 mila persone
“Esiste una soglia”, spiega Di Pietro, e la sua voce non lascia spazio a interpretazioni. “Oltre un certo numero, le persone non ti ascoltano soltanto: ti circondano, ti penetrano. È un’onda d’urto, senti lo spostamento d’aria dell’applauso. In quel momento, sei nudo”. Non c’è spazio per l’ego, c’è spazio solo per la responsabilità. “Se sbagli una nota, non la sbagli per te. La sbagli davanti a un esercito. Ti senti piccolo, ma è proprio in quella piccolezza che ti assumi la responsabilità del musicista: dare tutto oltre le tue possibilità“. E attorno, un sistema asiatico che definisce “di un’efficienza brutale”: una vera e propria macchina organizzativa impeccabile dove, “durante un soundcheck, un foglietto che scivola dal leggio viene recuperato alla velocità della luce da tecnici pronti a tutto. Una precisione che scuote, che mette a nudo la differenza tra il lavoro approssimativo e l’eccellenza millimetrica”. Durante l’evento, che si è svolto tra il 13 e il 17 giugno, il bassista è stato tra i musicisti che ha accompagnato Lorenzo Licitra, vincitore di X Factor 11, con l’orchestra di Peppe Arezzo.
Oltre le apparenze: Taiwan vista con gli occhi di chi l’ha vissuta
La sua analisi del continente asiatico è quella di un uomo che guarda oltre lo spartito. Taiwan sembra essere agli occhi del musicista una sorta di paradosso vivente: “Grattacieli di vetro e acciaio che nascondono baracche, un’industrializzazione forzata che convive con una rigidità umana che a volte ti gela”. Osserva la metropoli con lo sguardo critico di chi vive la strada: un sistema di trasporti che sembra un fantasma e una mobilità affidata a scooter e biciclette. Per Dipietro, “il viaggio è una prova di resistenza culturale, una scoperta che avviene non grazie alla musica, ma grazie alla propria sensibilità di uomo”.
Perchè la musica deve parlare da sola
“La musica deve essere pura. Ogni volta che la politicizzi, la uccidi”. Si tratta di una frase che sembra essere un vero e proprio manifesto. Per il bassista, che vanta alle spalle una carriera lunghissima, il tentativo di attribuire alla musica un valore ideologico è “un peccato capitale”. La musica è “intrattenimento, è un linguaggio universale che non ha bisogno di bandiere. Se è fatta bene, non serve tradurla. Un asiatico e un americano battono le mani allo stesso tempo. La musica è, punto e basta”.
L’eredità di Jaco: l’influenza del mito sul basso moderno
Poi, il discorso cade sul grande mito, il bassista Jaco Pastorius. Secondo Dipietro, Jaco Pastorius non è un musicista, è un crinale della storia. “Prima di lui, il basso era un comprimario, un surrogato. Dopo di lui, è diventato un’orchestra”. Il bassista rifiuta l’etichetta di “virtuoso della velocità” che spesso viene affibbiata a Pastorius. “Jaco non sprecava note. Ne faceva quattro, ma erano quattro pugni nello stomaco. Aveva un lirismo che ti lacerava. Era voce, era respiro, era un’intelligenza sovrumana che trasformava le quattro corde in tutto ciò che serviva per raccontare la vita”.
Il prossimo atto: puntare all’eccellenza
A cinquantasette anni, Filippo Dipietro non cerca il successo facile. Ha scelto la Sicilia e ha scelto la propria terra d’origine, Francofonte, e ora punta a un obiettivo più grande: l’eccellenza in un settore spesso svenduto al ribasso. Che sia il lavoro da turnista o la gestione imprenditoriale della musica per grandi eventi, la sua missione è solamente una: “Portare professionalità dove regna il pressapochismo“. Non è un uomo che cerca svolte miracolose. È un uomo che cerca la sostanza. “Il mio prossimo obiettivo è diventare un uomo migliore. E poi, trasformare la musica per matrimoni in un progetto di alto profilo”.
Filippo Dipietro ha costruito da solo, nota dopo nota, il suo “palco della vita” con la schiena dritta di chi sa che, in fondo, la vera sfida non è suonare davanti a quarantamila persone, ma essere degni di ogni singola nota che si sceglie di suonare.
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