C’è un universo che si sveglia molto prima della città: è la realtà dei volontari, che ogni giorno compiono una scelta d’amore per dedicarsi alla cura degli ultimi, gli animali abbandonati. La loro è una routine fatta di sacrifici continui, ritmi serrati e una lotta incessante contro il tempo, le emergenze e l’indifferenza generale.
La giornata di un volontario inizia presto, ben prima dei normali impegni lavorativi o familiari. La prima tappa è sempre dai propri stalli o dai gruppi di cani e gatti presenti sul territorio per pulire i rifugi, sistemare i ricoveri di fortuna, distribuire le pappe e somministrare le terapie necessarie ai soggetti più fragili.
Ad accoglierli non ci sono stipendi o medaglie, ma code piene di speranza. Per questi animali, i volontari rappresentano l’unico punto di riferimento, una presenza costante in cui riporre totale fiducia. Quel grazie silenzioso ma profondo, espresso da una musata sulla mano o da fusa improvvise, diventa il vero, unico, motore che permette loro di andare avanti nonostante le tantissime difficoltà quotidiane.
Purtroppo, la dedizione dei volontari deve fare i conti con una piaga mai domata, ovvero quella dell’abbandono. Ogni giornata, infatti, è scandita da telefonate dalle quali provengono allarmi di ogni tipo e per loro comincia la corsa contro il tempo per mettere in salvo l’animale abbandonato di turno.
Una volta raggiunto il luogo dell’abbandono, scatta la normale prassi da eseguire: avvicinare l’animale spaventato, verificare la presenza del microchip e capire se si tratti di uno smarrimento o dell’ennesimo atto di crudeltà. Se in alcuni casi la vicenda si conclude a lieto fine con la gioia di un proprietario ritrovato, molto più spesso capita di ritrovarsi di fronte a un nuovo abbandono, che diventa un carico extra che va a gravare sulle spalle di chi è già al limite delle forze e delle risorse.
Amare i randagi significa, infatti, nella maggior parte dei casi, togliere a sé stessi per dare a chi non ha voce. Di fronte alle casse vuote e alle lentezze burocratiche di ogni tipo, i volontari attingono direttamente dai propri risparmi per poter fronteggiare le varie spese, che vanno dalle visite veterinarie d’urgenza, all’acquisto di medicine per medicare ferite varie fino alle forniture di cibo. Inoltre, la loro presenza non conosce nemmeno pause meteorologiche: non si fermano di fronte a quaranta gradi all’ombra e nemmeno durante il maltempo. E nemmeno una febbre o un raffreddore impedisce loro di alzarsi quando l’urgenza chiama.
Vaccini, libretti sanitari, staffette e poi l’adozione: per ogni animale che trova una casa, c’è un iter e delle spese che nessuno immagina e che spesso vanno a gravare proprio sulle spalle di ogni singolo volontario coinvolto in questa lunga maratona.
E quando sono impossibilitati a poter gestire alcuni casi, devono continuare lo stesso a pagare di tasca propria per stalli e viaggi infiniti tra le cliniche.
Senza il loro intervento costante, la gestione del randagismo sul territorio sprofonderebbe in una situazione drammatica e fuori controllo. Riconoscere il valore di chi fa del volontariato per i randagi è il primo passo per prendere coscienza di un problema che riguarda ogni singola comunità, ricordando che dietro ogni animale salvato c’è sempre un essere umano che ha deciso di non voltarsi dall’altra parte.
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