Peppe Carta, sindaco di Melilli al secondo mandato che scadrà tra meno di un anno, e deputato regionale di Grande Sicilia, interviene nella polemica sulla rimozione del sindaco di Serradifalco Leonardo Burgio, eletto per il terzo mandato nonostante il limite di due imposto dalla legge regionale (leggi l’articolo).
Lo fa rispondendo ai 18 tra sindaci ed ex sindaci siciliani interessati dal limite del terzo mandato, che hanno inviato una lettera al presidente Schifani a sostegno di Burgio si sono schierati che.
“Sono un sindaco in carica: quando verrà il giorno, tornerò alla mia casa e al mio lavoro, come la legge impone e come tanti colleghi hanno fatto prima di me, senza clamore.
Parlo in nome di chi il limite dei mandati lo ha rispettato e dei siciliani che credono nella legge e nello Statuto.
Alla lettera di alcuni colleghi rispondo perciò senza acrimonia e con serietà”.
Comincia così la replica alle affermazioni dei sindaci che hanno parlato di “presa in giro” dopo che il Mpa aveva chiesto al Presidente della Regione Schifani di firmare “senza esitazione” il decreto predisposto dall’Assessorato regionale delle Autonomie locali per la rimozione del primo cittadino, per il rispetto dovuto ai tanti sindaci siciliani che nella passata tornata elettorale hanno osservato la legge piuttosto che sfidarla.
“Si parla di presa in giro: mi sia consentito dire dove essa realmente stia.
Non nel decreto di rimozione del sindaco di Serradifalco, che condivido, ma nella pretesa che resti in carica chi la legge ha oltrepassato, mentre chi l’ha osservata si è fatto da parte.
Se il fatto compiuto diventa regola, ai siciliani resta un insegnamento amaro: rispettare la legge è da ingenui”.
Carta parla anche dell’iter del disegno di legge che per due volte ha provato a superare il limite di mandato per i comuni con meno di 15 mila abitanti.
“Quanto al domandarsi dove fosse l’MPA: le firme sui disegni di legge di recepimento sono atti pubblici, e restano; le bocciature maturarono nel segreto dell’urna, dove nessuna appartenenza si vede e nessuno può, in coscienza, essere additato.
Il paradosso tocca semmai chi quel testo depositò, non seppe accompagnarlo all’approvazione e oggi difende chi viola la norma vigente.
Perché questo va detto con animo sereno: la norma regionale che consente una sola rielezione immediata nei comuni sopra i cinquemila abitanti è vigente e mai impugnata.
Dire che non vi sia ‘alcuna contestazione’ significa non vedere la segnalazione del Prefetto e la proposta di rimozione formalizzata dall’Assessorato delle Autonomie locali; la pronuncia costituzionale che si invoca riguarda un’altra autonomia speciale, e nessun giudice l’ha riferita alla Sicilia.
L’articolo 40, del resto, non è un gesto d’imperio: è uno strumento che l’ordinamento regionale prevede, con le sue garanzie e le sue sedi di ricorso. Chi ritiene di avere ragione la faccia valere davanti a un giudice; chi invece disapplica da sé una legge regionale, invocando la prevalenza della norma statale sulla potestà dell’ARS, non difende i siciliani: svuota, forse senza avvedersene, lo Statuto di Autonomia”.
Il presidente della 4a Commissione all’Ars si chiede poi: se la continuità amministrativa è un valore, perché fermarla a quindicimila abitanti?
“Quella soglia non nacque da un disegno organico: nacque dal compromesso consumato attorno al ben più conteso terzo mandato dei presidenti di regione e dei sindaci delle grandi città. I comuni minori furono la parte concessa; tutti gli altri, la parte negata.
Ma la democrazia non muta natura a quindicimila abitanti e uno: se la continuità è un valore, lo è per tutti, con i contrappesi che la Corte costituzionale richiama a presidio del ricambio e della parità fra i candidati”.
Carta lancia poi l’allarme per quello che potrebbe accadere se ognuno dei sindaci per i quali nel 2027 scadrà il secondo mandato potesse scegliere quale legge applicare.
“Si scivolerebbe in un contenzioso che paralizza. Non chiedo eccezioni per me: chiedo certezza del diritto”.
Quindi l’appello al presidente della Regione e Presidente dell’Ars.
Al primo perché firmi il decreto, “perché le leggi vigenti si onorano finché il legislatore, insieme, non le muta”.
Al secondo perché si calendarizzi in Aula, a voto palese, “una riforma organica dei limiti di mandato, il recepimento della soglia dei quindicimila abitanti e, senza timidezze, la discussione della sua estensione a tutti i comuni, con i necessari presìdi di ricambio e di trasparenza”.
“La riforma per tutti, non la sanatoria per uno.
Di questo appello mi faccio promotore tra i colleghi: da oggi ne raccoglierò le adesioni, e sono certo che saranno decine, da ogni parte della Sicilia.
Le regole, in democrazia, si cambiano insieme, nelle aule; non si violano da soli, nei municipi.
La legge è uguale per tutti, o non è”.
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