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Augusta| Conversazioni all’Unitre sulle tradizioni del ciclo festivo della città

Augusta| Conversazioni all’Unitre sulle tradizioni del ciclo festivo della città
Cultura
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Due incontri hanno visto relazionare Giuseppe Carrabino, presidente della Società augustana di Storia patria sul tema della memoria e dell’identità di Augusta per i soci dell’Unitre. Un percorso inserito nel calendario degli appuntamenti del sodalizio presieduto da Giuseppe Caramagno e coordinati dalla docente Anna Daniela direttrice dei corsi.

Conversazioni all’Unitre sulle tradizioni del ciclo festivo ad Augusta, si sono svolte nell’aula magna del II Istituto superiore ” Gaetano Arangio Ruiz”. Hanno avuto come filo conduttore: “la festa”, intesa come momento di aggregazione collettivo o familiare. A tenerle è stato Giuseppe Carrabino, presidente della Società Augustana di Storia Patria. Nel primo incontro è stato affrontato il tema Augusta in festa – Un viaggio nell’identità attraverso il patrimonio della tradizione”nel secondo appuntamento si è discusso di: “Augusta nelle sue feste civili e familiari – memorie di una comunità”. “Chi mi conosce – ha esordito il relatore – sa bene che si tratta di un tema che mi vede appassionato cultore e difensore sin da quando ero bambino. Naturalmente l’approccio è diverso ma ha sempre come fine l’esaltazione del patrimonio che identifica la nostra comunità, sia materiale sia immateriale”.

Il tema della festa è stato già oggetto di una pubblicazione di Giuseppe Carrabino che ha avuto la specifica finalità illustrativa “Augusta nelle sue Feste religiose, civili e familiari” . “In quella circostanza  – ha spiegato il relatore – il “fine” era presentare attraverso le immagini fotografiche i vari momenti dei rituali festivi. Quel lavoro scaturì in effetti dal ritrovamento di un antico carteggio del 1835 nell’Archivio storico comunale di Augusta, relativo alla formazione di una statistica sulle abitudini economiche e morali. Grazie a quell’indagine ho avuto modo di affrontare il “tema” che, in effetti, mi vede raccoglitore e custode di carte, documenti, fotografie, manifesti, pieghevoli, ritagli di giornale, con l’intento di ricostruire certe dinamiche che nonostante tutto, ancora ai nostri giorni, esprimono il sentire della nostra comunità”.

Carrabino ha guidato l’uditorio in un viaggio temporale che scandisce l’anno solare, da gennaio a dicembre un calendario punteggiato da celebrazioni ufficiali che, nella devozione popolare esprimono l’identità della comunità narrandoci storia, tradizioni, cibi, giochi, costumi. Non vi è festa che non sia legata alla consumazione di specifici pietanze. Pasto reale o pasto misterico: comunque il cibo è essenziale alla festa e ribadisce il ruolo del corpo che vive nutrendosi. La “festa” come momento di cesura della quotidianità e nel contempo motivo aggregante della comunità che si ritrova attorno a simboli condivisi.

Innegabile – ha aggiunto il presidente della Società augustana di storia patria – che nella festa si esprime la tradizione che è quel complesso di memorie, notizie, testimonianze, che riceviamo in modo passivo dal passato. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una riscoperta della tradizione come valore e in un paese come l’Italia, dove – come ebbe a dire Aldo Palazzeschi – è attuale solo il passato, non possiamo non ricordare a noi stessi che la quantità di passato accumulatasi nel corso dei secoli è talmente grande da proiettare un’ombra, tanto possente quanto continua, sulla nostra contemporaneità. Siamo un paese dove il carico della storia è onnipresente anche se forse non siamo capaci a gestirlo e renderlo fruttuoso”.

Per quanto riguarda le feste “civili” e “familiari” il relatore ha rammentato l’importanza di talune fonti archivistiche quali i registri della Curia Vicariale, i volumi dei bilanci del Comune di Augusta e una interessante descrizione di Pinto Casalaina rimasta manoscritta nella biblioteca comunale. Dalle feste civili e politiche, Carrabino ha coinvolto poi l’uditorio con le feste familiari quali “la nascita di un maschio (che) rallegra generalmente i genitori, e li rattrista ordinariamente quella di una femmina”. “Il motivo  – ha aggiunto – è da ricercarsi nella cultura contadina di qualche secolo addietro, quando la nascita di un figlio maschio era considerata un ulteriore sostegno per il sostentamento della famiglia”.

Ha ricordato le tradizioni legate al rito del battesimo con le distinzioni tra “il basso ceto”, che si sceglie un compare e dopo la cerimonia si dà a bere del vino in una bottega ai convitati. e  il ceto più elevato li conduce a casa, e offre loro dei confetti, dei liquori, o dei gelati, secondo le stagioni”. “Il nome del battezzando viene stabilito in famiglia, e suol essere quello dell’avo paterno per il primo figlio, dell’ava paterna per il secondo, dell’avo o dell’ava materna per il terzo e il quarto, del fratello maggiore del padre per il quinto, e così di seguito”. “..e la consuetudine vuol tramandare di padre in figlio il nome del padre di famiglia”. Dai riti di passaggio dalla prima comunione, cresima, servizio militare, festa della matricola, pupo di San Giovanni, ordinazioni sacerdotali o episcopale, battesimo di una barca,al fidanzamento, fuitina o alle nozze. In merito alle nozze – attingendo al manoscritto di Pinto Casalaina, il relatore ha riferito: “…e’ costume tra il basso popolo, che le donne invitate alle nozze, siano parenti, siano estranee, offrono alla sposa un piccolo regalo in oro o in tessuti. Le nozze dei doviziosi si celebrano con gran lusso. Si compiono nella stessa abitazione della sposa gli atti dello stato civile, e le cerimonie della chiesa, dopo di che si fanno dei complimenti agli invitati. Il domani visite agli sposi”.

Un riferimento anche alle tradizioni legate all’agonia, l’amministrazione del Viatico e alla morte. “I funerali si svolgevano nella chiesa parrocchiale o, nel caso il defunto era iscritto ad una confraternita, presso la chiesa del proprio protettore. Lo stesso rito funebre era di prima, seconda o terza classe. Tale differenziazione implicava un diverso tipo di  cerimoniale e l’uso di un’appropriata carrozza che identificava un particolare ceto sociale. Un’ulteriore differenziazione si poteva notare nel corteo funebre, se infatti si trattava di una persona povera, questa veniva accompagnata al cimitero da un solo prete e dal sagrestano con la croce; se apparteneva al ceto medio oltre le interminabili scampanate, riceve l’associamento di taluni del Clero e dei confrati della congrega alla quale è iscritto e si fanno celebrare delle messe. Se poi il morto appartiene agli uomini distinti della città, il feretro con le armi di famiglia, coperto di coltre mortuarie, tenuta tra le mani di amici dello stesso ceto, preceduto da tutti i preti disponibili e dai canonici della Collegiata, seguito dalla banda musicale, dagli amici del defunto e da un codazzo di carrozze, si conduce in una chiesa a ciò destinata, e dopo la celebrazione di messe generali, innanzi il cadavere collocato in un talamo, con lo stesso corteggio si conduce al camposanto.

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